<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432</id><updated>2011-04-22T00:00:06.945+02:00</updated><title type='text'>ivanob</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://ivanob.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>25</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107722193406047182</id><published>2004-02-19T21:18:00.000+01:00</published><updated>2004-02-19T21:21:35.263+01:00</updated><title type='text'>nevica anche qui (ma non è per quello che son messo male, è roba di collo)</title><content type='html'>&lt;b&gt;- 1 -&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Cos’hai?&lt;br /&gt;Niente.&lt;br /&gt;Ma che hai?&lt;br /&gt;Niente.&lt;br /&gt;Ti muovi tutto…&lt;br /&gt;Niente vuol dire niente, ti pare?&lt;br /&gt;Ok, calma.&lt;br /&gt;Seh.&lt;br /&gt;Ma guardati; è come se avessi…&lt;br /&gt;Te lo scrivo da qualche parte? Te lo scrivo, vuoi? «NON HO NIEN-TE». Caratteri cubitali.&lt;br /&gt;Che roba, sempre incazzato eh, mi raccomando…&lt;br /&gt;Tu piantala di guardarmi.&lt;br /&gt;Allora hai qualcosa.&lt;br /&gt;Sì. Ho un pitbull.&lt;br /&gt;…&lt;br /&gt;Un pitbull. Brutto e cattivo. Proprio qui.&lt;br /&gt;…&lt;br /&gt;In mezzo alle spalle.&lt;br /&gt;Ma vai a cagare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;- 2 -&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Beh?&lt;br /&gt;Beh cosa.&lt;br /&gt;Ti muovi come…&lt;br /&gt;Ah no, niente.&lt;br /&gt;Male?&lt;br /&gt;Ma cosa.&lt;br /&gt;Boh, il modo come ti giri… hai qualcosa nella maglia?&lt;br /&gt;Perché, tu vedi qualcosa?&lt;br /&gt;Vabbé, lascia perdere.&lt;br /&gt;Ecco, bravo.&lt;br /&gt;Comunque da vedere così sembra che stai male proprio. Non è che…?&lt;br /&gt;No, senti, m’è entrata una cosa nel colletto, ok?&lt;br /&gt;Ah.&lt;br /&gt;Sì. Un coso, un. Una cosa. Col pungiglione.&lt;br /&gt;Ti ha punto?&lt;br /&gt;No. Quando mai.&lt;br /&gt;Però ti fa male.&lt;br /&gt;Forse mi ha morso. Anzi, continua a mordermi, anche adesso.&lt;br /&gt;Ho capito.&lt;br /&gt;Meno male.&lt;br /&gt;Sei incazzato perché nevica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;- 3 -&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Lei, là in fondo, dico a lei…&lt;br /&gt;Io?&lt;br /&gt;Sì. Lei. Guardi sul suo foglio.&lt;br /&gt;Va bene.&lt;br /&gt;Non mi costringa a ritirarle il compito…&lt;br /&gt;No, certo.&lt;br /&gt;Allora…?&lt;br /&gt;Sono qui. Sul mio compito.&lt;br /&gt;Perché sta messo in quel modo?&lt;br /&gt;Ah, no, niente, è il mio, sul collo, sono bloccato.&lt;br /&gt;E sotto la maglia che cos’ha? Sarà mica il manuale, no?&lt;br /&gt;Torcicollo, professore. Semplice torcicollo. Però dolorosissimo. Come avere un pitbull fra le scapole. Mi morde se provo a voltarmi.&lt;br /&gt;Faccia un po’ vedere…&lt;br /&gt;Proprio qui, sulla nuca… Vede mica niente?&lt;br /&gt;Perché non si alza la maglia, piuttosto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;- 4 -&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Che fai?&lt;br /&gt;Leggo.&lt;br /&gt;Grazie. Ma perché ti muovi così.&lt;br /&gt;Esercizi. Stretching. Il collo.&lt;br /&gt;Ma seh.&lt;br /&gt;Me l’ha detto il dottore.&lt;br /&gt;Cioè, ti ha detto di farlo così, col libro davanti alla faccia, destra sinistra destra sinstra?&lt;br /&gt;Più o meno.&lt;br /&gt;Pensavo che fosse colpa del libro.&lt;br /&gt;…&lt;br /&gt;Tipo che è un libro da remainder, no?&lt;br /&gt;…&lt;br /&gt;E magari che c’ha la ricezione sbomballata, hai presente?&lt;br /&gt;…&lt;br /&gt;Tipo che non prende se non c’è campo.&lt;br /&gt;…&lt;br /&gt;Adesso prende? Eh? Prende? Eh?&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107722193406047182?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107722193406047182'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107722193406047182'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_02_01_archive.html#107722193406047182' title='nevica anche qui (ma non è per quello che son messo male, è roba di collo)'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107701774265822612</id><published>2004-02-17T12:48:00.000+01:00</published><updated>2004-02-17T12:57:32.233+01:00</updated><title type='text'>due citazioni e una presentazione</title><content type='html'>«Ci interessa mettere in luce che il successo non è passato attraverso regole legittimate, esplicitamente riconosciute e indicate quali criteri &lt;i&gt;razionali&lt;/i&gt; di selezione dei migliori, ma attraverso altri meccanismi di riconoscimento sociale. Nessuna novità, visto che già Max Weber aveva esplicitamente notato che il compito dei meccanismi di selezione della burocrazia non è quello di privilegiare i "dilettanti di talento", ma semplicemente di identificare coloro che hanno una competenza media. Se lo scenario descritto rappresenta bene la realtà, allora sarebbe meglio dichiarare esplicitamente che non è vero che i migliori risulteranno vincenti. Vincenti lo possono essere - e non è detto che lo siano - solo se condiscono queste loro caratteristiche con altre competenze di tipo rituale - in particolare di deferenza - senza le quali non avranno alcuno spazio. Dichiararlo ridurrebbe certamente gli effetti perversi in una società che, invece, mostra sulle proprie insegne l'idea della possibilità di affermazione di chiunque si impegni e ne abbia le caratteristiche; quando, invece, ciascuno sperimenta nei propri contesti di vita, &lt;i&gt;in primis&lt;/i&gt; nella scuola, che a rendere vincenti sono le componenti rituali se non i simboli ascrittivi di status, il capitale culturale. [...] Ciascun corso d'azione, ciascuna istituzione va, in linea di principio, sottoposta al processo di legittimazione, va giustificata. [...] Possiamo allora riconoscere nell'agire dei giovani, in particolare proprio in quello di tipo rischioso, la messa in atto del mandato del mettere in dubbio: attraverso il loro agire sospendono la sospensione del dubbio, mettono in atto una forma pragmatica di riflessività. [...] La carica di distruttività per sé e per gli altri implicata in questi percorsi è, da un lato, l'inevitabile fattore costitutivo del rischio - del fronteggiamento del pericolo - e della conseguente assunzione di responsabilità. Dall'altro, tale distruttività è la diretta conseguenza dell'ambiguità dei meccanismi sociali di regolazione e di premiazione dei migliori e dell'ambivalenza dei valori fondanti di questa esperienza e degli stessi meccanismi sociali di regolazione. Ambiguità e ambivalenza che si configurano come fattori costitutivi della sfiducia.»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Mendola S., in &lt;i&gt;La generazione invisibile&lt;/i&gt; (a cura di I. Diamanti). La prima edizione del libro è datata maggio 1999. La premessa 31 marzo 1999. Il 20 aprile dello stesso anno, mentro io aspettavo il tram numero due in via Emilia con una mia amica, da tutt'altra parte succedeva &lt;a href="http://www.cnn.com/US/9904/20/school.shooting.08/index.html" target="_blank"&gt;questo&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img src="http://home.t-online.de/home/hbredel/Buch/Columbine/cafeteria1.jpg"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_ivanob_archive.html#107693181979366773"&gt;All'ultima presentazione&lt;/a&gt; che ho fatto (cioè, non è che ne faccio poi così tante, eh) un signore con mezza faccia mi ha chiesto qual era il messaggio, insomma, che avevo voluto dare col libro. Suppongo per risparmiare tempo. Così ho guardato B---- e risposto "Che bisogna sprecare se stessi". Il signore è inorridito. Anche gli altri presenti, veramente. E io e B---- ci siamo dimenati e dati il cambio un paio di volte, nello specificare quella frase lì (per altro ragionata assieme diverso tempo prima).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Smitizzare il successo, ho detto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Azzerare le aspettative, ha detto B----.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allentare tutta questa tensione sugli obiettivi-che-devi-porti, ho insistito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Beh direi che qui si può chiudere ché si son fatte le otto, ha detto uno degli organizzatori, con quella voce che sulle virgole ci incide: "Ma non raccontateci cazzate se nemmeno voi ci credete".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Una nuova verità non trionfa convincendo i suoi oppositori e facendo loro vedere la luce, ma piuttosto perché i suoi oppositori alla fine muoiono, e cresce una nuova generazione che è abituata ad essa.»&lt;br /&gt;[Max Planck - fisico]&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107701774265822612?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107701774265822612'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107701774265822612'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_02_01_archive.html#107701774265822612' title='due citazioni e una presentazione'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107686221306915084</id><published>2004-02-15T17:20:00.000+01:00</published><updated>2004-02-15T17:26:08.590+01:00</updated><title type='text'>uh-uhm</title><content type='html'>1) Avere un blog ti rende più felice?&lt;br /&gt;2) Al di là della felicità che ne trai diciamo "nell'immediato", avere un blog è per te salutare?&lt;br /&gt;3) Il quantitativo di tempo dedicato alla manutenzione del blog è proporzionato al benessere psichico e/o fisico che ne trai?&lt;br /&gt;4) Hai scoperto il blog grazie alla scrittura o la scrittura grazie al blog? (dove con "scoperto" s'intende "cominciato-a-frequentare-più-o-meno-quotidianamente"&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107686221306915084?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107686221306915084'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107686221306915084'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_02_01_archive.html#107686221306915084' title='uh-uhm'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693209286067930</id><published>2004-02-09T12:47:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:52:46.246+01:00</updated><title type='text'>quest'altro mio amico</title><content type='html'>Che ha deciso di tenere insieme i pezzi di quello che io chiamo “il-mio-stare-al-mondo”, e che ha deciso di farlo sul serio, e di farlo gratis – e mi ha trovato un lavoro, insomma. Gli ho chiesto perché lo fai, allora, e lui mi ha risposto che non si sa mai: potrei sempre &lt;a href="http://ivanob.blogspot.com/2004_02_01_ivanob_archive.html#107693190955570411"&gt;salire al potere&lt;/a&gt; prima di lui.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693209286067930?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693209286067930'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693209286067930'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_02_01_archive.html#107693209286067930' title='quest&apos;altro mio amico'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693205266972444</id><published>2004-02-09T10:46:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:50:09.076+01:00</updated><title type='text'>e dire che ne ho scoperte, di cose, fra ieri e oggi</title><content type='html'>La prima è «’a legge di Mastro Ciccia: &lt;i&gt;chi la fa, poi l’appiccia&lt;/i&gt;» (fonte: amico napoletano – quantomeno interessante amico napoletano).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La seconda è che il 15 gennaio – cioè il giorno dopo il 14, cioè il giorno che ho pubblicato &lt;a href="http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_ivanob_archive.html#107693120769463067"&gt;questo&lt;/a&gt; – un ragazzino di Torino s’è preso su ed è sparito, ha girovagato un poco per il nord e &lt;a href="http://www.caltanet.it/article/articleview/56290/1/12/"&gt;poi è rispuntato&lt;/a&gt;, proprio qui a REggio, in stazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La terza è che il Papa che oggi si è “schierato” coi metalmeccanici è lo stesso Papa del quale &lt;a href="http://www.lutherblissett.net/archive/078-16_it.html"&gt;qui&lt;/a&gt; si parla così: «Come sottolinea Carla Longobardo nel suo libro sulla politica wojtyliana, Giovanni Paolo II ha saputo dosare il proprio appoggio a &lt;i&gt;Solidarnosc&lt;/i&gt;, in modo da poterne usare la forza dirompente contro il vacillante e delegittimato potere del POUP (Partito Operaio Unificato Polacco), per difendere la Chiesa e il cattolicesimo polacco. Quando però l'organizzazione del sindacato si è proposta come alternativa politica, in grado di abbattere la burocrazia stalinista con un'azione di rivolta dal basso, ecco che il papa e i vescovi polacchi si sono affrettati a richiamare i sindacalisti all'ordine, appellandosi all'unità nazionale, spaventati dall'ipotesi di perdere il controllo della situazione (cfr. C. Longobardo, &lt;i&gt;op. cit.&lt;/i&gt;, pp. 38-41). Così &lt;i&gt;Solidarnosc&lt;/i&gt; è stata abilmente trasformata e "ripulita" dalle sue componenti più radicali. La pratica dello sciopero generale è stata dichiaratamente ostacolata dal Vaticano, con costanti appelli alla calma e alla pacificazione sociale. All'organizzazione è stato affidato dalla Chiesa stessa il compito di salvare il paese, prendendo sulle spalle il carico dei danni causati dal regime militarista e assumendosi responsabilità "storiche", certo non proprie di un sindacato operaio. Del sindacato di classe non è rimasta nemmeno l'ombra: nell'89, quando ormai Gorbaciov aveva liberato i paesi satelliti dal controllo sovietico, Walesa ha potuto proporsi come il presidente della nuova Polonia e &lt;i&gt;Solidarnosc&lt;/i&gt; come partito di governo. La Chiesa cattolica ha ottenuto una totale libertà d'azione, e si è rapidamente volta agli altri paesi dell'Est. Per l'esperienza del sindacalismo di massa polacco è stato l'inizio della fine. […]Quella di Giovanni Paolo II è dunque una Chiesa bifronte, apparato d'appoggio per i movimenti popolari da una parte, ma anche spalla indispensabile per i governi dall'altra; faro spirituale della pace, del rispetto dei diritti umani, ma sempre pronta a dispiegare tutte le sue forze per il contenimento dell'esuberanza e della rabbia delle classi subalterne; dispensatrice di appelli alla tolleranza sul palcoscenico delle guerre religiose, ma alla fine prontissima a tutelare i difensori delle proprie parrocchie, anche quando costoro meriterebbero di comparire sul banco degli imputati al tribunale dell'Aja. Wojtyla ha voluto rafforzare la presenza della Chiesa e l'impegno dei cattolici nelle vicende politiche, senza per questo rinunciare a una briciola del verticismo e della compattezza della struttura ecclesiastica. In questo senso ha una visione pre-conciliare della Chiesa per quanto riguarda il &lt;i&gt;merito&lt;/i&gt;, e post-conciliare rispetto al &lt;i&gt;metodo&lt;/i&gt;. Per lui la Chiesa deve essere un'entità presente nella vita delle nazioni, attiva e in grado di determinarne politicamente la vita, ma allo stesso tempo super partes, indipendente e inattaccabile: una macchina da guerra buona per ogni circostanza.» (e che allora non ne sono esattamente &lt;i&gt;sicuro&lt;/i&gt;, ma credo che sia questa una delle ragioni del sottile ghigno messo su da mio padre, oggi a pranzo, nel dire “Bravo, compagno Wojtyla!”).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La quarta è che &lt;a href="http://ivanobariani.clarence.com/permalink/55669.html"&gt;ho abbandonato&lt;/a&gt; la &lt;a href="http://blog.clarence.com/"&gt;nave di Clarence&lt;/a&gt; un &lt;a href="http://kimota.clarence.com/permalink/131298.html"&gt;secondo&lt;/a&gt; &lt;a href="http://giuliomozzi.clarence.com/permalink/131536.html"&gt;prima&lt;/a&gt; &lt;a href="http://gattostanco.splinder.it/"&gt;che&lt;/a&gt; &lt;a href="http://marco2.clarence.com/permalink/131553.html"&gt;affondasse&lt;/a&gt; (il che ha fatto di me, finalmente e per la prima volta, &lt;i&gt;un fortunato pre-cur-so-re&lt;/i&gt; – e adesso devo solo trovare il sistema per bullarmene ogni due post e il più sarà fatto, ché lo so benissimo che la scalata al potere è fatta di anticipazioni ed esposizioni, che vi credete).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La quinta è che esistono questi cosi che sembrano grumosi stronzetti colorati e che si chiamano “&lt;a href="http://www.chemivit.com"&gt;Sticks Cliffi&lt;/a&gt;” – li paghi un euro e venti l’uno, poi li scarti e li appendi al soffitto della gabbietta – e che mentre Mazinga si avvicina e ne annusa uno (ma non prova ad addentarlo, lei, Mazinga, manco morta) a guardare la confezione puoi sempre apprendere come niente che «Gli &lt;b&gt;Sticks Cliffi&lt;/b&gt; per conigli sono particolarmente importanti perché oltre a fornire le sostanze nutritive per una corretta alimentazione, consentono al coniglietto di alimentarsi, procurandosi il cibo da solo, come in natura, inducendolo così ad attuare tutti quei comportamenti che sono fondamentali per il mantenimento di un buon equilibrio psico-fisico. Gli &lt;b&gt;STICKS CLIFFI con ORTAGGI e MIELE&lt;/b&gt; costituiscono per il coniglietto un alimento ricco di tutte le sostanze fornite dagli ortaggi, come sali minerali, vitamine e fibre, così importanti per una buona digestione, apportano inoltre tutta l’energia e le benefiche proprietà del miele. &lt;b&gt;ORTAGGI + MIELE = ENERGIA E BUONA DIGESTIONE&lt;/b&gt;.»&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693205266972444?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693205266972444'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693205266972444'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_02_01_archive.html#107693205266972444' title='e dire che ne ho scoperte, di cose, fra ieri e oggi'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693196845417356</id><published>2004-02-04T22:45:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:48:44.890+01:00</updated><title type='text'>dicesi “surreale”</title><content type='html'>Quando ti svegli e hai come una sensazione strana al piede perché – ti rendi conto – l’alluce destro sporge da un buco nel calzino e l’unica cosa che ti fa venire in mente è che quel buco lì lo devi riparare – dico sul serio – ma non stamattina ché c’hai un colloquio in quel centro elaborazione dati che non ti hanno voluto spiegare bene dove si trova visto che – supponi – &lt;i&gt;quelli là&lt;/i&gt; ritengono che la tua futura laurea “sposterà i tuoi obiettivi altrove”, ma comunque hai insistito troppo perché non ti concedessero questa possibilità e allora ti alzi e ti radi in fretta e senza schiuma e dieci minuti dopo sei in macchina coi tuoi pantaloni più belli e la faccia vagamente sanguinante, in anticipo di mezz’ora abbondante per andare sul sicuro se solo non fosse che in un centro elaborazione dati la sapranno sempre e comunque più lunga di te e perciò ti ritrovi a vagare per quasi un’ora avanti e indietro nella zona industriale che ti hanno indicato, passando dal nervoso al sudato al disperato al rassegnato, fino a quando ti rendi conto che non solo il posto non si trova, ma anche che ormai, nel caso ci riuscissi, saresti in ritardo di un quarto d’ora abbondante – il che non farebbe di te diciamo “il candidato ideale” – così ti arrendi e tornando a casa passi da un supermercato a comprare la schiuma da barba, ma nel passare davanti alla guardia giurata e poi anche uscendo ti lasci assalire dalla fobia del presunto taccheggiatore (un giorno te ne spiegherò le basi psicologiche) dovuta in parte (ma solo in parte) al fatto che ti ritrovi con questo sacchettone azzurro col marchio “SECURITY” sottobraccio, nel quale sacchettone la guardia giurata all’ingresso ha imprigionato il tuo zaino, nel quale zaino si trova il tuo portafogli, nel quale portafogli si trovano i soldi che vorresti dare alla cassiera se solo fossi assolutamente sicuro di non infrangere nessun tipo di regolamento anti-taccheggio lacerando il sacchettone lì alle casse, in testa a quella fila di pensionati che senti tirare un sospiro di sollievo asmatico quando sorridi alla cassiera e te ne vai con la tua schiuma in mano, dritto come un topo fino a casa dove trovi la busta che aspettavi da più di un mese, quella con dentro il bancomat che decidi di attivare seduta stante ritrovandoti in attesa con le quattro stagioni in un orecchio e la tua tesserina in mano – cinque minuti e poi dieci e poi venti, durante i quali rimiri il rettangolo e pensi che è appunto, tuttora, soltanto quello: un rettangolo, plastificato, senza magia dentro – fino a quando non ti risponde Marinella che ti chiede in cosa può esserti utile e fa sì-certo quando le dici che vuoi attivare il tuo primo bancomat domandandoti in cos’altro ti può essere utile, lei, dietro a quel numero verde lì, intanto che Marinella ti chiede nome e cognome e data di nascita e anche il codice che c’è lì sulla tua tesserina ancora impotente, per concludere che adesso ti farà una domanda per verificare che tu sia veramente chi dici di essere – cioè tu – cioè qual è l’ultima lettera del tuo codice fiscale, e tu le rispondi immediatamente e ti rendi conto che lei rimane un poco perplessa visto che lo scopo di quella domanda è appunto vedere se il telefonatore si spaccia per qualcuno che non è (e quindi tiene il codice fiscale di questa persona che non è lui a portata di mano) e tutto questo lo pensi in frettissima – in piena crisi da supposto-taccheggiatore – per finire col dire a Marinella che adesso che ci pensi non ne sei tanto sicuro, deve proprio scusarti un secondo, mentre apri e chiudi un cassetto e poi l’armadio, ribalti qualche libro e fingi di trovare e poi leggere quel codice fiscale che invece sai a memoria visto che lo usi come codice d’accesso alla posta elettronica, e insomma dici che sì, in effetti ti ricordavi bene, la lettera è F, e Marinella si rilassa – almeno credi – e ti conferma che il tuo tesserino sarà abilitato a far miracoli da domani, poi ti saluta e riattacca, e tu cerchi di non pensare a quanto ci metterà la polizia – o chi per lei – ad arrivare e accusarti di truffa, e lo fai decidendo di telefonare a quell’altro annuncio sul giornale, quello che prometteva un lavoro telefonico e invece si rivela essere stato scritto da un’associazione di volontariato che no: non può assumerti, no: non può garantirti nessun tipo di retribuzione fissa e sì: ti pagherà a provvigione, un tanto per ognuna delle donazioni che, eventualmente, otterrai telefonando a casa alla gente, dal loro ufficio, tutte le mattine oppure solo quando trovi il tempo, ché loro ti faranno figurare come rimborso spese perché devi sapere che sono tutti volontari, e insomma cosa vuol dire che avevi capito che era un lavoro telefonico, quello &lt;i&gt;è&lt;/i&gt; un lavoro telefonico, te l’hanno appena spiegato – ma tu non hai nessuna voglia di spiegare a quel signore volontario che tu sei uno di quei nostalgici che crede ancora nella formula: “lavoro » soldi”, perciò riattacchi e senza saperlo lasci libero il telefono per quel tuo amico che non vedi da una vita e che vorrebbe sapere se non hai per caso qualche idea da passargli – “tu che hai sempre idee &lt;i&gt;del genere&lt;/i&gt;” – per il titolo di una rassegna cinematografica che lui e altri stanno organizzando, attorno ai tre temi dell’infanzia, dell’handicap e delle donne, e quando finisce di spiegartelo tu gli chiedi che cos’avrebbero in comune le tre cose (a parte il fatto di essere in rassegna) e lui ti risponde: “sono tutte minoranze,” e tu gli dici: “ah,” e lui ti dice: “sì, più o meno, non è che dobbiamo star troppo lì a sottilizzare, no? ah, i tuoi DVD ce li ho ancora io, ricordati,” e tu gli dici che va bene ci penserai e se ti verrà in mente qualcosa glielo farai sapere, e poi riattacchi, scuoti la testa, ti stacchi una crosticina dal collo e cominci a rileggere per la quarta volta in due giorni le bozze di quella rivista che devi assolutamente portare a una qualche conclusione, pur sapendo che non potrai farlo prima di aver pagato quel bollettino postale che sta lassopra da quasi un mese e allora tanto vale che torni fuori e vai a pagarlo, e allora entrando in posta ti volti a leggere meglio quel cartello che dice – hai capito bene, sì, &lt;i&gt;lo dice&lt;/i&gt; –: “Stiamo cambiando per voi. &lt;i&gt;Dentro&lt;/i&gt;”, indeciso se essere preoccupato o cosa mentre ti volti e vedi questa signora profumata che ti chiede in cosa può esserti utile, e tu la guardi e lei ti ripete la domanda e tu ti rendi conto che l’ufficio postale vicino a casa tua non esiste più ma al suo posto hanno messo una stanza gialla e bianca tipo cinema con tutte le sedie in unica direzione e gli sportelli incastonati nei muri di destra di sinistra, e al posto dello schermo questo tabellone coi numeri digitali che potrebbe tenere il punteggio di forse anche cinque partite di baseball contemporaneamente e invece tiene il conto di chi deve andare e dove deve farlo, e tu guardi il biglietto che la signora profumata ti ha convinto a prendere e sopra c’è scritto F453, e tu credi di aver paura &lt;i&gt;che sia solo una trappola&lt;/i&gt; così ti volti e guardi di nuovo quella specie di hostess che adesso sta accogliendo altri clienti, e ti rendi conto che la trappola era per lei – che infatti c’è cascata – che adesso è lì imprigionata negli stessi gesti da almeno 452 biglietti, mentre tu puoi soltanto dispiacerti per la sua triste sorte visto che il tuo bancomat oggi come oggi l’incantesimo che le hanno fatto non è in grado di spezzarlo – forse domani, se ti ricorderai di lei –, dopodiché paghi quello che sei andato a pagare e torni a casa e a cena commenti che quel pollo arrosto è veramente buonissimo intanto che la TV definisce che tipo di “emergenza” è quella dell’influenza aviaria, e insomma tu finisci col lasciar perdere il pollo e chiedi al tipo che ti ha telefonato (vuole sapere cosa ne pensi del servizio gas-acqua della tua città) dove cavolo ha trovato il tuo numero e il tuo nominativo, mentre lui insiste a risponderti che non vede perché dovrebbe dirtelo, nonostante tu ti sia inalberato a partire dal concetto di “privacy” e fors’anche da quello di “diritti umani inviolabili”, quindi riattacchi e ti connetti a blogger e racconti i fatti tuoi a non-sai-bene-chi, ma non prima di aver cambiato la password della posta elettronica visto che non vuoi che qualcun altro legga la tua spam – e mentre un computer in India come dietro casa tua ti comunica che la tua nuova password è “INTERINALE” – mentre il turbinio serale ti fa aprire e poi ingoiare un Bacioperugina – mentre con un pennarello insegui un pezzo di nocciolina di molare in molare – tu non puoi che rimuginare di cioccolatini che &lt;b&gt;nuocciono gravemente alla salute&lt;/b&gt;, o magari addirittura &lt;b&gt;provocano il cancro a te e a chi ti è vicino&lt;/b&gt;, e di pacchetti di sigarette che ti informano che “&lt;i&gt;Non nasce in un'ora il vero amore // True love is not born in an hour // El verdadero amor no nace en una hora // Wahre Liebe wird nicht in einer Stunde geborden&lt;/i&gt;”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693196845417356?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693196845417356'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693196845417356'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_02_01_archive.html#107693196845417356' title='dicesi “surreale”'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693190955570411</id><published>2004-02-03T11:44:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:47:45.983+01:00</updated><title type='text'>questo mio amico</title><content type='html'>Che non minaccia mica, lui, no no. Solo ti guarda fisso e sorride. E poi ti dice: “Vedi? Un giorno, quando io starò al potere e tu sarai lì, nel mio ufficio, col tuo cappello in mano e i tuoi figli a casa, affamati, ecco prova a pensare &lt;i&gt;quel giorno lì&lt;/i&gt;, io, cosa mi ricorderò di te.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A uno così non gliela dareste metà della vostra pizza, se ve la chiede?&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693190955570411?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693190955570411'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693190955570411'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_02_01_archive.html#107693190955570411' title='questo mio amico'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693186872606135</id><published>2004-01-31T13:43:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:47:05.153+01:00</updated><title type='text'>il libro che sto leggendo, che mi spiega chi sono</title><content type='html'>Uno dei libri che stavo leggendo s’intitola «Teddy-boys rockettari e cyberpunk (Tipi, mode e manie del teenager italiano dagli anni Cinquanta ad oggi)», e uno dei motivi per i quali diventerà forse &lt;i&gt;il&lt;/i&gt; libro che sto leggendo, è il suo indice. Che è questo qua:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gli anni Cinquanta&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;la nascita del teenager&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;l’«americano»&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il borgataro&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il figlio di papà&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il ragazzo della parrocchia&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il pappagallo&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;/ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gli anni Sessanta&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il bailador&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il teddy-boy&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;le lolite&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;i festival della canzone&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;lo ye’-ye’ e gli idoli coetanei: Rita Pavone e Gianni Morandi&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il twistmaniaco e la febbre del ballo&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il surfista&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il mod e il vespista&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il beatlemaniaco&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;beat e capelloni&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;la minigonna&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il sessantottino&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;/ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gli anni Settanta&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;l’hippie&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il compagno e la femminista&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il giovane camerata&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il glam e il sorcino&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;l’intellettuale&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il periferico&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il metallaro&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;un idolo per tutti: Lucio Battisti&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il parrocchiano rock&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il punk&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il travoltino&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il revivalista anni ‘50&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;le nuove lolite&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;/ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gli anni Ottanta&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il new weaver&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il dark&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il revivalista mod e lo ska-fan&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il new romantic&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il soul boy&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il culturista&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il preppie e il surfista a vela&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il revivalista anni ‘60&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;i megaconcerti negli stadi&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il nerd&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il demenziale&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il paninaro&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il ragazzo dell’85&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;lo skinhead&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;ultrà da stadio&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il rastafari&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;/ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gli anni Novanta&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il rapper&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il raver&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il cyberpunk&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;top models&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il terzomondista e i centri sociali&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il pornofan&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il grunge&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il karaokista&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;li&gt;il neo punk&lt;/li&gt;&lt;br /&gt;&lt;/ul&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Epilogo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bibliografia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Indice dei nomi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non so perché, eh, non lo so proprio. Suppongo che sia qualcosa legato alla gioia che mi dà, finalmente, l’avere delle risposte (ma dico io: non siete stanchi, anche voi, di leggere &lt;i&gt;così tanta roba&lt;/i&gt; e continuare ad avere &lt;i&gt;così poche&lt;/i&gt; risposte? Eh? Beh, io sì. Almeno lo ero prima di incontrare il libro che sto leggendo). E allora, adesso, non più solo e abbandonato, levo in alto il mio calice per brindare alla prima e vera e forse unica Fonte Cartacea di Conoscenza Finalmente Utile allo Starmene al Mondo: il libro che sto leggendo io, e il suo indice in particolare. Perché questo libro mi ha liberato da un peso. Così scorro l’indice, trovo traccia della mia ossessione, e mi precipito al relativo capitolo, dove – dopo tanto e vano penare – trovo la conferma scientifica e inoppugnabile che no: &lt;i&gt;non sono&lt;/i&gt; un nerd; il ritratto del libro che sto leggendo non coincide.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bene. Cioè, almeno per un po’. Perché poi passa il senso di sollievo e un dubbio mi ha assale. E il dubbio si tramuta in orrore alla visione perfetta del momento in cui dovrò dirlo ai miei. “Mamma, papà: ho due notizie da darvi… la buona è che secondo il libro che sto leggendo vostro figlio non è un nerd, la cattiva è che la stessa fonte autorevole mi definisce come beat, o meglio capellone… mi dispiace tanto, capisco come vi sentite”. Oh, cielo, penso, &lt;i&gt;oh cielo&lt;/i&gt;. Così vado a pagina 74, leggo descrizioni e definizioni e tiro un sospiro: no, nemmeno un beat, sono – cioè, ho letto Kerouac e Ginsberg, certo, ma secondo il libro che sto leggendo non basta quello: il vero capellone ha anche una certa dimestichezza con Giganti, Camaleonti, Corvi, Ribelli, Primitivi, Dikdik ed Equipe84, che io per motivi non soltanto anagrafici non avrò mai, e tant’è – però potrei sempre essere un grunge. E questa sì, mi vien da pensare, avrebbe senso (eh, a forza di ascoltare i Nirvana, vedi cosa succede? Adesso vorrai mica farmi lo stupito…). Per cui faccio spallucce e salto verso il finale del libro e – oplà – scopro che se per fare un albero ci vuole un frutto, per fare un grunge non bastano &lt;i&gt;Teen Spirit&lt;/i&gt; e indolenza, e che anzi l’essermi fatto da parte disgustato quando quel cantante là, a quel concerto là, ha tentato uno «stage-diving» finito in fracassamento del setto nasale anche per colpa mia, e anche l’aver sempre trovato esilarante la caricatura “Lorenzo-Guzzanti”, fanno di me un perfetto italiano-nemico-del-Grunge (perché, come mi spiega il libro che sto leggendo, una bella fetta di responsabilità per la fine del Grunge è ironica nonché italianissima).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma aquesto punto mi crollano addosso un sacco di riferimenti che credevo stabilissimi, ecco, e d’improvviso la vergogna si fa strada in me: pagina 237, da metà: «&lt;i&gt;Il Pornofan è normalmente di buona famiglia, perlopiù figlio unico. Per il resto è trasversale: il suo personaggio si ritrova sia nei ragazzi più sensibili ai temi sociali che in quelli più attenti all’edonismo.&lt;/i&gt;» Ecco fatto. Il libro che sto leggendo ha lavorato di fino, e alla fine è riuscito a fregarmi. E così, penso, sono un pornofan. Vabbé, certe cose tanto vale saperle. Torno un po’ in dietro e cerco di imparare cos’è che mi ha reso quello che sono. Pagina 236, all’inizio: «&lt;i&gt;Di certo il pornofan non è un tipo che abbia molti amici in carne ed ossa.&lt;/i&gt;» Ah già: la rete, c’era da aspettarselo caro mio. «&lt;i&gt;Tra i pochi che ha, c’è sicuramente il videonoleggiatore: il fan del porno possiede, dentro il suo portafoglio, la tesserina del videonoleggio più vicino e fornito…&lt;/i&gt;» Anche questo è proprio vero, niente da ridire. «&lt;i&gt;…e passa interi pomeriggi a scegliere tra le videocassette, ovviamente X-Rated, da piazzare nel videoregistratore quando la casa è sgombra da intrusi.&lt;/i&gt;» Come come come? Piano, qui si cerca di spacciarmi per un pervertito. Proseguo nella lettura e scopro che il pornofan, sempre secondo il libro che sto leggendo, ama Madonna e Sabrina Salerno, telefona all’144 e nel ’94 ha votato per il “Partito dell’amore”. Calma, gente: questo qui è un coglionazzo, non il sottoscritto. Allora vuoi vedere che io, dopotutto, non sono nemmeno un pornofan?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma allora?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora il capitolo sul Soul Boy mi viene in soccorso. In fondo &lt;i&gt;Animal House&lt;/i&gt; mi era piaciuto, sì, e ho anche gli occhiali come i &lt;i&gt;Blues Brothers&lt;/i&gt;, ma certo. Perciò direi che “Soul Boy” non è tanto male. Certo, la cosa mi lascia un po’ lì… Facciamo: “New Waver Soul Boy”. Anzi, appena meno… “Punk-Soul”, ecco. E magari un pelino più… come dire… Neo Grunge…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…Neo Punk-Soul Grunger…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…New Soul Grunge Punker…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…Neo Grunge Soul Blogger.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693186872606135?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693186872606135'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693186872606135'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693186872606135' title='il libro che sto leggendo, che mi spiega chi sono'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693181979366773</id><published>2004-01-30T12:43:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:46:16.246+01:00</updated><title type='text'>ieri</title><content type='html'>&lt;b&gt;[ mattina; camera ]&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal telefono (una voce di ragazza): “D—— Elaborazione Dati, buongiorno…”&lt;br /&gt;Io: “Salve, cercavo il signor C——.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Ssssì. Adesso glielo passo… Chi devo dire?”&lt;br /&gt;Io: “Mi chiamo Bariani, telefono per quell’annuncio sul…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Il ragionier C—— aspetta la sua telefonata, signor Mariani?”&lt;br /&gt;Io: “Ecco, no, per l’appunto: ho trovato questo numero sul giornale, sotto a un annuncio per…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Scusi, ma allora perché cerca &lt;i&gt;proprio&lt;/i&gt; il ragionier C——?”&lt;br /&gt;Io: “Come le stavo dicendo, ho trovato questo numero sul giornale, sotto a un…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Questo è il numero della ditta D——.”&lt;br /&gt;Io: “Guardi, l’annuncio diceva solo che state cercando una persona da assumere per…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Annuncio?”&lt;br /&gt;Io: “Sì. Sul giornale.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Ma è sicuro?”&lt;br /&gt;Io: “Ce l’ho qui davanti. Glielo leggo?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “No, no. Va bene. Solo che io non ne so niente.”&lt;br /&gt;Io: “Ah. Quindi &lt;i&gt;non&lt;/i&gt; state cercando una persona da assumere?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “No. Cioè, almeno: io non ne so niente. Di queste cose di solito si occupa il ragionier C——. Guardi, adesso glielo passo, va bene? Attenda in linea…”&lt;br /&gt;Io: “___”&lt;br /&gt;Dal telefono: musichetta.&lt;br /&gt;Io: “___”&lt;br /&gt;Dal telefono: rumore di cornetta sollevata.&lt;br /&gt;Io: “___…”&lt;br /&gt;Dal telefono: rumore di cornetta abbassata.&lt;br /&gt;Io: “___?”&lt;br /&gt;Dal telefono: altra musichetta.&lt;br /&gt;Io: “___”&lt;br /&gt;Dal telefono (la ragazza di prima): “D—— Elaborazione Dati, buongiorno…”&lt;br /&gt;Io: “Ehm, salve, io…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Sempre lei? Ma il ragionier C—— non le ha risposto?”&lt;br /&gt;Io: “Non mi pare.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Rimanga in linea, eh.”&lt;br /&gt;Io: “Ma certo.”&lt;br /&gt;Dal telefono: la musichetta di prima.&lt;br /&gt;Io: mi schiarisco la voce.&lt;br /&gt;Dal telefono (voce maschile): “Pronto?”&lt;br /&gt;Io: “Il ragionier C——?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Sono io. Dica.”&lt;br /&gt;Io: “Salve, mi chiamo Bariani, chiamo per quell’annuncio sul…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Come ha detto che si chiama?”&lt;br /&gt;Io: “Bariani.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Variani?”&lt;br /&gt;Io: “Con la B.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Mi lascia un recapito, per cortesia?”&lt;br /&gt;Io: “Un numero…?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Sì, guardi adesso è un bruttissimo momento, se mi lascia un recapito la richiamo fra cinque minuti. Ha detto… Ma…?”&lt;br /&gt;Io: “&lt;i&gt;B&lt;/i&gt;ariani. Con la b.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Sì. Se mi lascia un…”&lt;br /&gt;Io: “Allora: zerocinqueduedue, trezero…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “No, senta, guardi facciamo così: riesce a richiamarmi, diciamo fra dieci minuti?”&lt;br /&gt;Io: “Dieci minuti. Certo.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Ecco, la ringrazio. Mi richiami eh?”&lt;br /&gt;Io: “Ma certo.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;[ mattina; cucina ]&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Apro la moca, il frigo e il barattolo del caffè. Rovescio il filtro della moca nel lavandino, l’acqua nella moca e un po’ del barattolo nel filtro. Chiudo il barattolo, il frigo e la moca. Accendo il fornello. Aspetto. Prendo la mia tazza dalla scansia. Aspetto. Prendo anche il cucchiaio, e i biscotti. Aspetto. Apro il coperchio della moca. Lo richiudo. Alzo la fiamma. Aspetto. Aspetto ancora – niente – solo questa specie di puzza di gomma bruciata. Apro il coperchio della moca e controllo: solo fumo – e anche tanta, tanta puzza di bruciato. Penso che è strano. Chiudo il coperchio della moca e il gas. Apro il frigo e poi il barattolo di caffè. Annuso. Cacao in polvere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;[ mattina tardi; camera ]&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal telefono (la ragazza): “D—— Elaborazione Dati, buongiorno…”&lt;br /&gt;Io: “Salve… Sono sempre Bariani, quello di prima.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “…?”&lt;br /&gt;Io: “Quello che cercava il ragionier C——, si ricorda?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Eh. Allora?”&lt;br /&gt;Io: “Se lei me lo potesse…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Ah sì. Adesso te lo passo.”&lt;br /&gt;Io: “Ecco, ti ringrazio.”&lt;br /&gt;Dal telefono (la ragazza abbassa la voce): “Senti…”&lt;br /&gt;Io: “Eh?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Non è che ti chiami Davide per caso?”&lt;br /&gt;Io: “No. Perché, dovrei?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “No, niente, scusa. Ti passo il ragioniere.”&lt;br /&gt;Io: “___”&lt;br /&gt;Dal telefono (il ragionier C——): “Sì, pronto?”&lt;br /&gt;Io: “Salve, sono…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Ah, sì. Barani, giusto?”&lt;br /&gt;Io: “Bariani. Sì, sono sempre io.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Sì. Senta: riesce a venire qui, diciamo lunedì mattina alle dieci?”&lt;br /&gt;Io: “Per un colloquio?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Sì, facciamo due chiacchiere e le spiego tutto con calma.”&lt;br /&gt;Io: “Va bene. Guardi, solo una cosa: l’annuncio era un molto generico… Non è che mi può dire almeno a grandi linee di cosa…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Oh, ma si fa prestissimo. Lei quanti anni ha?”&lt;br /&gt;Io: “Ventidue.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Meno di ventisei, perfetto. Computer?”&lt;br /&gt;Io: “Sì, ce l’ho.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Intendevo se lo sa usare.”&lt;br /&gt;Io: “Lo so anche usare, sì.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Perfetto. Allora ci vediamo lunedì…”&lt;br /&gt;Io: “Ah. Va bene. Arrivederla.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Senta, solo una cosa… Senta! È sempre lì?”&lt;br /&gt;Io: “Pronto…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Lei studia?”&lt;br /&gt;Io: “Faccio l’università, sì.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Ah…”&lt;br /&gt;Io: “È… un problema?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “No, no, cioè… Che cosa studia?”&lt;br /&gt;Io (chiudendo gli occhi): “Scienze della comunicazione.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “…”&lt;br /&gt;Io: “È un…?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “No, non è che sia &lt;i&gt;un problema&lt;/i&gt;. Solo, pensavo che forse questo lavoro non è, diciamo tanto &lt;i&gt;compatibile&lt;/i&gt; con i suoi obiettivi, ecco tutto.”&lt;br /&gt;Io: “I miei obiettivi…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Cioè, lei fa l’università, e scienzedellacomunicazione studiate… Cosa studiate? Le comunicazioni…?”&lt;br /&gt;Io: “No, guardi, facciamo anche tanta informatica. E poi io ho già fatto tanti altri lavori… Se vuole le mando un curriculum… Il computer lo so usare, gliel’ho detto… Ho fatto anche uno stage nell’ufficio assicurazione qualità di una…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “No, no, non dicevo che lei non è abbastanza qualificato, anzi.”&lt;br /&gt;Io: “___”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Forse lei è fin troppo qualificato, capisce?”&lt;br /&gt;Io: “Non…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Io non vorrei che… Vede, noi abbiamo bisogno di una persona che passi tutto il nostro archivio da cartaceo a elettronico… Si tratta solo di saper battere a computer.”&lt;br /&gt;Io: “Perfetto! Io sono anche veloce.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Ma forse lei nella vita ha, diciamo altri obiettivi, che insomma non sono proprio questi…”&lt;br /&gt;Io: “Ma, veramente, per il momento i miei…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Vabbé, senta, ne riparliamo lunedì, d’accordo? Adesso non ho proprio tempo.”&lt;br /&gt;Io: “Eh.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “La aspetto.”&lt;br /&gt;Io: “Sì… Ah, una cosa soltanto…”&lt;br /&gt;Dal telefono: rumore di cornetta abbassata.&lt;br /&gt;Io: “Scusi?”&lt;br /&gt;Dal telefono: silenzio.&lt;br /&gt;Io: “Cazzo.”&lt;br /&gt;Dal telefono: tu-tu-tu-tu-tu.&lt;br /&gt;Io: sospiro. Riattacco. Sospiro ancora. Schiaccio R.&lt;br /&gt;Dal telefono: “D—— Elaborazione Dati, buongiorno…”&lt;br /&gt;Io: “Ciao. Scusami, sono sempre quello di prima…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Davide?”&lt;br /&gt;Io: “___”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Pronto?”&lt;br /&gt;Io: “Sono Bariani. Quello dell’annuncio.”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Ah, sì. Ti passo il ragionier…”&lt;br /&gt;Io: “NO! Senti dimmi solo dove siete, va bene?”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Dove siamo chi?”&lt;br /&gt;Io: “Voi, la D—— Elaborazione Dati, dov’è la vostra sede…”&lt;br /&gt;Dal telefono: “Perché?”&lt;br /&gt;Io: riattacco. Prendo a pugni l’armadio. Cerco l’elenco del telefono. Poi Tuttocittà. Scrivo il nome della via sul calendario all’altezza di lunedì. Sotto aggiungo: “Ore 10”. E poi: “Niente caffè”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;[ pomeriggio; macchina di B—— ]&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;B—— (dal posto di guida): “A che ora ci aspettano?”&lt;br /&gt;Io (guardando l’orologio): “Sei emmezza.”&lt;br /&gt;B—— (cambiando stazione alla radio): “Uhm. Vedrai che facciamo in tempo.”&lt;br /&gt;Io (guardando le macchine, davanti a noi): “Sì. Vedrai.”&lt;br /&gt;B—— (cambiando stazione alla radio): “P——?”&lt;br /&gt;Io (guardando i campi, alla nostra destra): “Non viene mica. Ha un virus. Una cosa che gli ha fatto gonfiare tutta la faccia.”&lt;br /&gt;B—— (cambiando stazione alla radio): “Che sfiga, cazzo. E quindi…?”&lt;br /&gt;Io (guardando B——): “E quindi ti siedi lì con me, dici che sei un giornalista e poi ci inventiamo qualcosa. Senti, non è che ogni tanto potresti dare un’occhiata anche alla strada?”&lt;br /&gt;B—— (sempre cambiando stazione alla radio): “Sì, sì, vabbé… Senti, poi magari parliamo un po’ della rivista?”&lt;br /&gt;Io: “Gli diciamo della rivista, sì, che ne facciamo parte tutti e tre, e che P—— è malato e allora ci siamo solo noi due.”&lt;br /&gt;B—— (cambiando stazione alla radio): “Solo che così diventa una &lt;i&gt;cosa della rivista…&lt;/i&gt;”&lt;br /&gt;Io (guardando i campi, alla nostra sinistra): “Eh già.”&lt;br /&gt;B—— (guardando me): “E quelli della casa editrice… Non diranno niente?”&lt;br /&gt;Io: “Quelli della casa editrice non ci sono mai alle presentazioni. Hai visto là?”&lt;br /&gt;B——: “Cosa?”&lt;br /&gt;Io: “C’era un carrello per la spesa. In mezzo ai campi.”&lt;br /&gt;B——: “Ma fa’ te. Senti, leggiamo qualcosa vero?”&lt;br /&gt;Io: “Io leggo il mio. Tu leggi quello di P——.”&lt;br /&gt;B——: “Uhm…”&lt;br /&gt;Io: “No, anzi: tu il mio, e io quello di P——.”&lt;br /&gt;B—— (trovata una canzone dei &lt;i&gt;Clash&lt;/i&gt;): “Giusto.”&lt;br /&gt;A—— (dal sedile dietro al mio, attaccandosi al poggiatesta): “Hai poi chiamato, per quell’annuncio sul giornale?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;[ pomeriggio tardi; sala conferenza dell’Hotel Europa di MOdena ]&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno degli organizzatori: “Allora direi che adesso possiamo iniziare… Purtroppo mi hanno appena comunicato che P—— G——, uno dei due autori che dovevano essere presenti, ha un brutto virus in faccia, e quindi al suo posto abbiamo…” (si china verso B——; lo guarda storto).&lt;br /&gt;B——: “Francesco B——.”&lt;br /&gt;L’organizzatore: “Ecco, sì. E naturalmente Ivano.” (indica me; le sette persone presenti annuiscono; l’ottava è appunto A——, che è amica mia e quindi non annuisce). “A voi la parola, allora, tenendo presente che cominciamo &lt;i&gt;in ritardo&lt;/i&gt; e che massimo alle otto meno un quarto dobbiamo andarcene.”&lt;br /&gt;B—— (guardandomi, sorridendomi, guardando i magnifici sette seduti davanti a noi): “Sì. Allora anzitutto scusate per il ritardo ma purtroppo abbiamo avuto un sacco di contrattempi.” (mi guarda, B——; io penso sì, un sacco, c’era anche un carrello abbandonato nei campi) “Poi volevamo ringraziarvi di essere venuti così numerosi, è raro alle presentazioni, e poi… e poi niente. Adesso vi parliamo un po’ della nostra rivista, e del libro di P——, e di quello di Ivano. Ma non troppo ché se ve li raccontiamo tutti poi va a finire che non li comprate…”&lt;br /&gt;Io: ridacchio; guardo B——, che ridacchia; guardo A——, che ridacchia; guardo gli altri sette, che ci fissano serissimi; guardo le bottigliette d’acqua, e le apro tutt’e tre – una dopo l’altra.&lt;br /&gt;B—— (guardandomi, e comunicandomi via occhi le seguenti tre parole, in un ordine qualsiasi: cazzo, tiodio, ilpiùgiovanevapericinquanta): “Sssì. Va bene… Ma io adesso lascerei la parola a Ivano, eh?”&lt;br /&gt;Io: saluto e ringrazio e parlo del mio libro, di quello di P—— e della rivista. Di tanto in tanto bevo. Una volta su tre mi sbrodolo. Alla fine chiedo se non hanno loro, i magnifici sette, delle domande da farci.&lt;br /&gt;L’organizzatore (guardando l’orologio e poi noi): “Va bene, ma adesso perché non ci dici &lt;i&gt;che cosa succede&lt;/i&gt;, esattamente, nel libro.”&lt;br /&gt;B—— (ridendo teso): mi guarda e stempera la tensione in un bicchiere d’acqua.&lt;br /&gt;Io (ridendo ancora più teso): lo guardo e stempero la tensione in una delle tre bottigliette. Poi mettiamo insieme qualche parola a testa sui due libri. A un certo punto conveniamo che è il caso di leggere qualcosa. E leggiamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;[ sera; davanti all’Hotel Europa di MOdena ]&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;B—— (imitando una cosa che dovrebbe essere la mia voce): “Vieni, vieni… Vedrai che ci offrono la cena, vedrai…”&lt;br /&gt;Io: “Taci…”&lt;br /&gt;A——: “Io avrei fame, sapete?”&lt;br /&gt;Io: “Eh. Dove andiamo?”&lt;br /&gt;B——: “Io ho dei buoni pasto di mio padre. Questa settimana non li ha mica usati.”&lt;br /&gt;A—— (che lavora al policlinico): “Alla mensa del policlinico li accettano tutti. Ed è aperta fino alle dieci.”&lt;br /&gt;Io: “È qua vicino?”&lt;br /&gt;B——: “Ce l’hanno la pizza?”&lt;br /&gt;A——: “Ce l’hanno, ce l’hanno…”&lt;br /&gt;B——: “Meno male.”&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693181979366773?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693181979366773'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693181979366773'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693181979366773' title='ieri'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693177055498274</id><published>2004-01-29T21:42:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:45:27.013+01:00</updated><title type='text'>ieri ho accompagnato mia nonna dal veterinario (tre)</title><content type='html'>Lo studio del veterinario è sui due metri per due. Ci sono una scrivania e qualche armadio, una sedia e &lt;i&gt;il&lt;/i&gt; tavolo. Lì, dice mia nonna, è dove hanno ucciso la Kika. La guardo e vedo che ha gli occhi molto più che lucidi. Il veterinario entra, chiude la porta e dice Allora… e mia nonna si riprende quel tanto che basta a dire Mi dà un’occhiata al gatto? Ecco io cerco di buttarla sul ridere e dico Sì, olio, trasmissione e freni. Poi sorrido al veterinario. Che mi guarda – tiene il gatto sul tavolo della morte con entrambe le mani, e mi guarda – le mani collo del gatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Continua a guardarmi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sembra quasi evidente che si stia chiedendo se sto prendendo per il culo lui o cosa. Non ho ancora detto che è molto, molto &lt;i&gt;grosso&lt;/i&gt;, questo veterinario. Io sollevo le sopracciglia e gli indico il gatto. Il gatto, porcamiseria, prendevo in giro IL GATTO.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il veterinario annuisce, piano piano, e io riesco a contargli le vene del collo. Poi sposta quelli che si rivelano essere 11 chili di felino su una bilancia lì vicino, e dice Ohpperò.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna sgancia un sorriso terra-aria. Dice: Visto che bel gattone?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E il veterinario fa di nuovo quella faccia là. Ah, dice, e ne va anche fiera, lei…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna non capisce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo gatto, signora, è &lt;i&gt;obeso&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È un &lt;i&gt;micione&lt;/i&gt;, dice mia nonna, facendo un passo indietro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obeso, signora. O-be-so.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma è castrato…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Signora, in Africa non ci sono gatti obesi. Nemmeno quelli castrati. (Sì, avete capito bene: &lt;i&gt;nemmeno quelli castrati&lt;/i&gt;…).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna ammutolisce, e io dico che in Africa forse non ci sono gatti proprio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il veterinario allora mi guarda, e io capisco che sta per siringarmi la giugulare. Mi affretto a sottolineare che, comunque, il dottore è lui, non io.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È solo un gattone in forma, dice mia nonna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Nonnaaa&lt;/i&gt; (e questo sono io, che cerco di comunicare con lei a mezzo occhi), se il dottore dice che è obeso, perché non dargli retta, eh? (Ma tutto questo finisco col tenermelo per me – qua dentro ci sono troppe lame – prima di fare un passo indietro).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna ammette che in effetti è un po’ in carne, il suo Tom. Ché glielo dicono sempre anche le sue amiche: se te lo prendono i cinesi, le dicono…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì, annuisce il veterinario, ci fanno lo stufato per un anno. E poi sghignazza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna sorride. Io faccio segno che mi sto proprio divertendo, e intanto muovo un altro passo verso la porta. Il veterinario abbandona il gatto sul tavolo sacrificale e viene verso di me. Poi mi scansa senza tante cerimonie, gira attorno alla scrivania, e accende il computer. Chiede il cognome a mia nonna. Se lo fa ripetere due volte e poi lo digita sulla tastiera. Sullo schermo vedo aprirsi la scheda: in alto: «PeXXXzi»; poi la prima riga: «Tom / Gatto / M», e sulla seconda: «Kika / Cane / F».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Penso solo: Eccolo che arriva. Poi corro a mettermi fra la scrivania e mia nonna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il veterinario si gratta il mento e scruta la tabella. Aggrotta la fronte e fa per chiedere qualcosa a mia nonna, ma trova me che sto scuotendo la testa – una mano sulla gola e l’altra a fare segni verso il suo schermo. Il veterinario mi guarda. Poi apre la bocca e si siede. Fa segno che va bene e guarda lo schermo. Elimina la riga della Kika e poi mi guarda: per farmi l’occhiolino. Così adesso siamo complici. Ma pensa te. Comunque sono moderatamente fiero di aver evitato una catastrofe. Il veterinario invece si alza e torna dal gatto e da mia nonna, che mentre noi tramavamo per far dimenticare la Kika anche al computer si è avvicinata al suo micione e al tavolo, e ha cominciato a sornacciare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo sa, dice al veterinario sfiorando il pianale ma non il gatto, che quassopra è dove abbiamo fatto sopprimere la mia cagnolina?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Penso (ma non lo dico): Merdavaccaimpestata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna piange e dice che le sembra ancora di vederla. Io mi avvicino e cerco di consolarla, col mio mantra in testa (merdavaccaimpestata… merdavaccaimpestata… merdavaccaimpestata…).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il veterinario dice che sì, se lo ricorda (merdavaccaimpestata… merdavaccaimpestata…). Mia nonna singhiozza che a lei, quello, (merdavaccaimpestata…), ancora non le è andato giù (merdavaccaimpestata…). Il gatto intuisce solo una parte dei discorsi, e allora salta via dal tavolo. Io mi abbasso per prenderlo e m’inzucco contro il tavolo (merdaVACCAimpestata). Il veterinario dice che si fa sempre quel che si può, poi rimette il gatto su quel piano che – adesso lo so – è di acciaio, e non di plastica come sembra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vabbé, dice la voce rotta di mia nonna, ma a quel modo lì, a quel modo lì no…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io mi massaggio la fronte. Il veterinario dice che il gatto non ha assolutamente niente, e poi lo infila nel transporter. Io mi faccio avanti e allungo un braccio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa? Mi chiede il veterinario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi fa male la testa. Dico: Il transporter, lo prendo io.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cos’è che prendi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il transporter…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eh?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello lì! (la mia testa…)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aahh, ma si chiama gabbietta, fa il veterinario, passandomi il &lt;i&gt;TRANSPORTER&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna paga il veterinario. La mia testa brucia. Io sollevo il gatto e lo guardo – provo a scrollarlo un po’ – se deve pisciare che lo faccia adesso, almeno. Avanti. Piscia!&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693177055498274?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693177055498274'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693177055498274'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693177055498274' title='ieri ho accompagnato mia nonna dal veterinario (tre)'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693162121778876</id><published>2004-01-28T18:39:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:44:33.920+01:00</updated><title type='text'>ieri ho accompagnato mia nonna dal veterinario (due)</title><content type='html'>38° in senso orario per toglierlo dal sedile, 35° in senso antiorario mentre chiudevo la portiera, altri 47° in senso antiorario mentre mi allontanavo dalla macchina e mi dirigevo verso la porta del veterinario, 13° in senso orario lungo il tragitto portiera-porta per correggere la rotta, 79° sempre in senso orario davanti alla porta per far passare mia nonna, e quindi subito dopo esattamente 79° in senso antiorario per seguirla, e poi, una volta dentro alla sala d’attesa del veterinario, 180° in senso orario per chiudere la porta e 213° in senso antiorario per muovere due passi e andare a sedermi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma adesso, dai versi che fa, direi che il gatto sta per vomitare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il transporter è in terra, tra le mie caviglie, dentro la sala d’attesa. Il gatto si muove avanti e indietro dentro la sua scatola. Adesso sento l’odore – invece di vomitare ha pisciato – brutto affare. Mi soffermo a studiare la struttura del transporter: c’è una specie di vasca di plastica, senza fori, su cui si incastrano il coperchio e le due grate. Finché rimane orizzontale non può uscirne niente, mi pare. Bene. Cioè: male, perché il gatto è ammollo, ed evidentemente non gradisce, e allora mia nonna si china a vedere che cosa gli è preso, povero micione, sarà spaventato… E il gatto miagola e mia nonna infila un dito nella grata e io non voglio sapere niente – davvero non voglio saperlo: mi alzo dalla sedia e scavalco nonna e gatto e faccio un giro per la sala d’attesa e guardo i pesci ciuccioni dentro all’acquario e gli avvisi e i manifesti sulla bacheca («Lo sapevate che il 40% dei cani e dei gatti è obeso? // Questo è un cane normale… [&lt;i&gt;sagoma di cane “normale”&lt;/i&gt;] // Questo è un cane sovrappeso… [&lt;i&gt;sagoma di cane “sovrappeso”&lt;/i&gt;] // E questo qui è un cane obeso… [&lt;i&gt;macchia del test di Rosharch, spacciata per sagoma di cane “obeso”&lt;/i&gt;] // Per il vostro amico, scegliete solo il meglio»; «Regalo gattini razza europeo // telefonare ore pasti»; «Vendo pitone reale // munito di teca bi-illuminata // misure 50x90x90 // solo per veri appassionati»; «Si prega di spegnere i cellulari [&lt;i&gt;foto di cane con in bocca un telefono cellulare&lt;/i&gt;]») – ma poi mia nonna dice che le serve una mano per rialzarsi, e io l’aiuto, e nel mentre lei mi informa che il gatto dev’essere spaventato, ma appunto dice “spaventato” non che sta nella piscia fino al collo, e insomma io suppongo che il pelo abbia assorbito tutto. Dunque bravo il mio micione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io e mia nonna ci sediamo e ci guardiamo attorno. Ci sono queste seggiole arancioni da cinema estivo e soltanto altre due porte, più quella dalla quale siamo entrati. Su una delle due c’è scritto di bussare solo in caso di VERA URGENZA. Dell’acquario e della bacheca ho già detto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo qua dentro. Aspettiamo. Mia nonna si schiarisce la voce. Io mi schiarisco la voce. Il gatto miagola, ma non come prima. Mia nonna mi guarda. Siamo sempre qua dentro. Uno dei due deve aver scoreggiato. Io sorrido a mia nonna. Mia nonna mi sorride. Torniamo a guardare avanti. Per quel che ne so potrebbe anche essere stato il gatto. Mia nonna si schiarisce di nuovo la voce. Io mi alzo e le dico che c’è un annuncio, proprio sulla sua testa, di un tizio che vende un pitone, pensa un po’, oh sì sì. Mia nonna torce un po’ il collo per vederlo, ma poi rinuncia, e passa a spiegarmi che è &lt;i&gt;quella là&lt;/i&gt; la porta dell’ambulatorio vero e proprio. Quell’altro dev’essere una specie di sgabuzzino, dice mia nonna, me lo ricordo perché la Kika l’han portata lì dentro, quando l’abbiamo fatta sopprimere. Ecco (nel senso: l’ho pensato io, “ecco”). Cerco di sorridere a mia nonna, mentre le si illucidiscono gli occhi e parte con la spiegazione del fatto che il veterinario gliel’aveva anche detto, a mio nonno (“che capisce mai niente, anche lui”), gliel’aveva detto di darle fino a metà siringa alla Kika (“la Kika le era venuto il diabete, ti ricordi?” – sì, mi ricordo). Solo che quel periodo lì, cioè qualche anno fa, le siringhe da insulina erano appena cambiate (“roba di leggi, l’aveva detto anche la TV, e anche il veterinario secondo me gliel’aveva detto, a tuo nonno, ma cosa vuoi mai”), e allora il veterinario intendeva mezza siringa delle vecchie ma la farmacista a mio nonno gli aveva venduto una delle nuove. Oppure viceversa. La cosa non è mai stata chiarita. A conti fatti, in ogni caso, alla Kika venne somministrata una dose errata di insulina, che la mandò direttamente in coma via convulsioni (“dopo cosa vuoi, era in coma, abbiam fatto che portarla qui e farle fare un’iniezione e un bel momento è morta, ecco”). Ma quello che non so è cosa ha avuto il coraggio di dirle, la veterinaria (“c’era una dottoressa, sì, anziché il solito dottore”) quando mia nonna andò a dirle Ma diosanto, insomma, possibile che non riusciate a spiegarvi bene? (“E lo sai cosa ha detto? Ha detto Cara signora, sa quanti ne sono morti per errori così, in sto periodo qua, anche all’ospedale? È solo che non ve lo dicono mica, perché magari sono anziani, mi ha detto, quella lì”).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io mi sto dondolando sulla sedia e mia nonna si sta soffiando il naso, quando entra questo tipo coi capelli rossi e una borsa aperta piena di CD masterizzati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tizio urla buongiorno (cioè: urla BUONGIORNO) e poi come se fosse il suo mestiere corre a leggere l’avviso del pitone e fa commenti sul fatto che sì, sì-sì, come no, ci vuole un appassionato… un appassionato come TE! Eh!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna cambia sedia, per lasciargli lo spazio che gli serve a picchiare l’indice tozzo sull’annuncio del pitone. E dire Appassionato come TE, che adesso te ne vuoi liberare, EH!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io guardo il tipo con la borsa di CD masterizzati. Mi è simpatico, così a pelle. Sta urlando Pensi, signora, PENSI che quei cosi mangiano solo una volta alla settimana! Sette, otto topini, di quelli bianchi, piiiicoli, e poi più niente, NIENTE. Cagano, ecco, sempre un giorno ogni sette. E poi, e poi BASTA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna gli fa capire di aver capito. Certo. Io pure – ma mi è sempre simpatico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chissà che gusto, dice il tipo, chissà che gusto, EH, avere un animale così, eh! Stan sempre lì! Freddi! Animali a sangue FREDDO, infatti! E io che penso sempre che un coniglio nano è già freddo, si figuri un pitone, SIGNORA!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna allora scopre le gengive e scuote la testa e gli chiede se i topini gli vanno dati &lt;i&gt;vivi&lt;/i&gt;. E il tipo urla che Appunto, cosa crede, ma dico io: per voler bene a LUI, devi voler male, male ai topini… Ma le pare!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E a mia nonna pare proprio di no, sì, visto che si stringe nelle spalle, e rabbrividisce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopodiché il tizio si decide a sedersi, per disquisire con lei del fatto che i cani sono molto meglio – che ti fanno le feste anche per niente – e che infatti, conviene mia nonna, la sua Kika l’han abbattuta proprio là dentro (indica col mento) e mia nonna c’ha un pensiero addosso, all’idea di entrarci. (E io che penso Infatti? Ma “infatti” cosa?) E il tizio scatta in piedi e io alzo la testa per controllarlo ma mi rendo conto che vuole solo sbracciarsi e dire a mia nonna che anche il suo Arturo, se lo ricorda mia nonna, Arturo? Quel bassotto…? Alto così…? Eh?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna fa segno di no, macché, e allora il tipo mi guarda un secondo e poi mi lascia perdere, al limite del disgustato, per aggiungere che comunque l’han abbattuto là dentro, il suo Arturo. Ed è questo che voglio, oh sì sì: la gara degli abbattimenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi prendo la testa fra le mani e sento il gatto russare e penso “poveraccio”, e proprio allora il tizio coi CD si volta e corre – cioè, &lt;i&gt;corre&lt;/i&gt; proprio – alla porta con su scritto di non bussare se non per eccetera eccetera, e ci picchia sopra le nocche, abbastanza forte da lussarsele. Oppure spaccare la porta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io mi volto verso mia nonna con un mezzo sorriso sotto al naso, e allora mi accorgo che mia nonna è già in piedi – il transporter in una mano – accanto al tizio per paura che le freghi il posto. L’uomo coi CD masterizzati guarda lei e poi il gatto. Io comincio a chiedermi esattamente a che punto la gara dei piccoli animali domestici morti è diventata lotta di sopravvivenza alla fila, e nello stesso istante la porta si apre e ne spunta il veterinario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna spinge in avanti gatto, transporter e relativa puzza di piscio – posso supporre. Il tizio apre la borsa, tira fuori una manata di CD e li passa al veterinario. Poi gli dice che alcuni – cioè quelli col nastro giallo – sono raccolte di &lt;i&gt;ballad&lt;/i&gt;, vede, c’è scritto sopra, e che le &lt;i&gt;ballad&lt;/i&gt; non sono proprio proprio jazz, ma piuttosto quelle che fanno: “Uunh, dueehe, treeeh-e-quattrooh…”, e poi parte a canticchiare un tema tipicamente &lt;i&gt;ballad&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il veterinario dice che ha capito, guarda i CD e poi il suo amico che canta – il transporter dondolante di mia nonna e infine lo schizzo di pipì di gatto sul suo stesso ginocchio – mentre il suo amico lo saluta e se ne va, e mia nonna si volta per farmi segno che secondo lei, quella là, era un gay.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693162121778876?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693162121778876'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693162121778876'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693162121778876' title='ieri ho accompagnato mia nonna dal veterinario (due)'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-10769315546550167</id><published>2004-01-27T17:38:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:41:51.140+01:00</updated><title type='text'>ieri ho accompagnato mia nonna dal veterinario (uno)</title><content type='html'>Il gatto dell’Ombretta, spiega mia nonna, quando andavo a casa loro e magari facevo per piegare una borsina, ecco il gatto dell’Ombretta lo vedevo sempre che schizzava sotto a un tavolo, o dentro l’armadio se era aperto. Allora un giorno ho chiesto all’Ombretta come mai, mi spiega mia nonna, e lei s’è fatta tutta seria e m’ha spiegato che quando era piccolino, il gatto, era in cortile che correva, no? e correva e correva, e nel correre s’è infilato in una borsina di plastica abbandonata là in mezzo, no? e poi non riusciva più a venirne fuori, e ruzzolava là dentro e gli han dovuto correre dietro, poverino, ed è rimasto scioccato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardo mia nonna. Te lo immagini, dice, a ruzzolare in una borsina per tutto il cortile, poverino?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardo la strada. Primo: non ridere. Secondo: non pensare al perché sei qui, adesso, nella tua macchina, a portare il suo gatto dal veterinario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non farlo e basta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mia nonna, in macchina, mi racconta anche: dell’altra sua vicina che diceva di avere un gatto “cattivo”, che allora un giorno lei, mia nonna, è andata a trovarla e le ha chiesto dov’era il suo gatto e lei, la sua vicina, le ha detto l’ho messo nel bagagliaio e l’ho portato ad Albinea, nei campi, perché era un gatto cattivo; e poi della sua vecchia cagnetta, che si chiamava Kika e cavoli se me la ricorda, la vecchia Kika, che l’han dovuta sopprimere perché era troppo vecchia, solo che l’hanno soppressa lì sul tavolo del veterinario dal quale stiamo andando, e lei, mia nonna, proprio non se la sente di vederlo di nuovo e allora… e allora niente – la mia povera Kikina, dice soffiandosi il naso. Ecco, quello lì è il parcheggio, dice mia nonna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giro il volante molto in fretta, e sento – lo sento nelle vertebre e poi nelle orecchie – il transporter del gatto ruzzolare sui sedili di dietro. Parcheggio la macchina e aspetto che mia nonna scenda e le dico Il gatto lo prendo io, va’ tranquilla, e mi rilassa vedere che non s’è accorta di niente, perché il peloso è sottosopra dietro la grata di plastica, e gli mancano solo gli occhi a spirale perché il muso implorante già ce l’ha – dice: Tirami fuori di qui… oppure uccidimi subito… ti prego, ho tanta paura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso ti fanno una bella iniezione, gli dico. Peserà una tonnellata, e continua a muoversi. Stupido gatto.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-10769315546550167?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/10769315546550167'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/10769315546550167'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#10769315546550167' title='ieri ho accompagnato mia nonna dal veterinario (uno)'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693149882011732</id><published>2004-01-27T14:03:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:54:18.170+01:00</updated><title type='text'>la mia teoria bislacca</title><content type='html'>&lt;b&gt;1. Quello che fanno tutti quanti (lavoro, TV &amp; vecchie barzellette)&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cos’è che facciamo, &lt;i&gt;tutti quanti&lt;/i&gt;? Lavoriamo. Oppure non lo facciamo. Comunque col lavoro dobbiamo confrontarci – con la realtà di avercelo e morirne, col fatto di non avercelo più e rivolerlo indietro, col problema dell’emorragia di tempo che rappresenta o ha rappresentato l’averlo. E così cosa facciamo, tutti quanti? Guardiamo la TV. Oppure ci rifiutiamo di farlo – comunque, come sopra, dobbiamo confrontarci eccetera eccetera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E allora? (Cioè: dove starebbe il passaggio). È che la TV non parla mica del lavoro. Ci “ricama attorno”, alle volte, ma non ne &lt;i&gt;parla&lt;/i&gt; mai. Per esempio. Il medico che torna a casa, la sera, più o meno sfatto, e accende ER, non vede quello che vede in corsia, ma tutto quello che può diventare la corsia se ci aggiungi il potere sensificante di uno sguardo – o, più semplicemente, &lt;i&gt;un pubblico&lt;/i&gt;. O ancora, il ragazzino che guarda Dawson Creek, i miei che guardano Friends, i tuoi che guardano Jag… io dico che la TV si alterna continuamente tra mezzo &lt;i&gt;attraverso il quale&lt;/i&gt; e pietra di paragone &lt;i&gt;rispetto alla quale&lt;/i&gt; ridurre il puro starsene-al-mondo in configurazioni temporanee ma sensate – o, magari, &lt;i&gt;rassicuranti&lt;/i&gt;. E, da ultimo, mi pare che la TV sia capacissima di dare allo spettatore la consapevolezza del potere del suo stesso sguardo (“suo” dello spettatore, eh). Allora mi assumo la responsabilità di scrivere, di qui ad altre tre parole, che la TV è una-e-trina (bum). Nessuno di noi è scemo: sappiamo benissimo che tutta quella roba non avrebbe senso, di per sé, se non finisse sotto i nostri occhioni curiosoni. Come quando cominciano a raccontarvi una barzelletta che sapete già, e voi dopo un po’ dite appunto che la sapete già, ma chi ve la sta raccontando non si ferma (e vai a sapere perché) e allora voi continuate a starlo a sentire e intanto sorridete e fate sì-sì con la testa e alla fine della barzelletta ridete pure, fors’anche con un secondo d’anticipo, e sentite che anche chi ve l’ha raccontata ride, e insomma ridete tutti e due, ok, ma per cosa? Fate un po’ voi: per la barzelletta, per quello che la barzelletta ridicolizza, per voi stessi che state ridendo di un evento del quale in teoria non dovreste ridere, e lo sapete (e saperlo naturalmente vi fa ridere)… C’è solo l’imbarazzo della scelta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso. E la letteratura?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La letteratura è quella cosa che restituisce senso alle cose. È la via per la pregnanza del quotidiano. La cara vecchia pistola che spara a pagina 32 ed è comparsa a pagina 11. Oppure la solita, stupida farfalla che ha fatto cambiare il tempo dall’altra parte. Eventi casuali che diventano causali secondo percorsi ricostruibili a posteriori. La letteratura, e qui poi ci torno, può essere una possibilità per il presentarsi in narrazione di fenomeni di &lt;i&gt;lock-in&lt;/i&gt; (ba-bum). Ecco io dico che la letteratura fa (o dovrebbe fare, o dovrebbe interrogarsi sul come fare meglio) esattamente questo: rendersi disponibile a restituire dignità a farfalla e pistola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Banalmente: la TV questo non può farlo. Perché la TV restituisce valore al pubblico-in-quanto-pubblico. Dice: Eh, ma in TV ci vanno anche i film, e il cinema allora che cosa fa? Forse che il cinema non la sa fare, quella cosa della dignità e della realtà che dici te?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va bene, ora ci arrivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;2. Sul perché, in realtà, non ho la benché minima intenzione di convincere qualcuno che la tele è cattiva e la letteratura è buona&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In effetti non dovreste proprio farlo. Convincervene, dico. Anche perché mi sono appena reso conto di essermi, fin qui, sbagliato di brutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fate una cosa: tornate indietro e sostituite “TV” con “finzione”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, sì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo che anche “finzione” mi lascia un po’ lì…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Facciamo così: chiamiamolo “MARIO”, va bene?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;3. Prima di “MARIO”: le “PORTE”&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiamo “PORTE” le Piccole Osservazioni sulla Realtà Terribilmente Epifaniche. Le PORTE sono quei pezzetti di narrato che stanno a metà fra l’aneddoto e la metafora. Sono trucchetti, le PORTE, che vi credete – spesso giochi di prestigio – e sono anche, questo è il perno della mia teoria bislacca, le particelle più pesanti di ogni narrare. Quel che rimane, e spesso resiste, anche isolato. Ecco. Adesso ci provo da un’altra parte, se portate pazienza. È che tutto è nato da un mio amico, che un giorno viene e mi fa Ti ricordi quel libro, quello che mi hai prestato. Eh, gli faccio io. Ecco, dice il mio amico, c’è quella parte in cui il protagonista va in bagno, ok? Sì, faccio io. E poi, dice il mio amico, nel libro c’è quella frase che fa “pisciò sopra la piega più silenziosa del water”, hai presente? Ah sì, dico io, che mi ricordo benissimo quel pezzetto lì. Ecco, schiocca le dita il mio amico, ma lo sai che tutte le volte che vado in bagno, da un mese a questa parte, mi torna in mente? Sto lì che piscio, no, dice il mio amico, e paffete che mi viene in mente “la piega più silenziosa del water”. È quasi una maledizione, dice il mio amico. Ecco il concetto di “PORTE” viene da lì. Leggete i racconti di &lt;i&gt;Latte&lt;/i&gt;, e non riuscirete più a guardare un orologio digitale senza pensare che il 4 ha quattro linee, il 5 cinque e il 6 sei. Garantito. Oppure &lt;i&gt;Una banda di idioti:&lt;/i&gt; fatevi le prime pagine, aspettate anche un paio di mesi e vedete se ogni volta che vi avvicinate a un paio di calzoni di velluto non vi torna in mente che sono “fantastici serbatoi per i tiepidi effluvi intestinali”. Oppure &lt;i&gt;Underworld&lt;/i&gt;: leggetelo e una palla da baseball, per voi, da quel momento in poi, sarà sempre “un bell’oggetto da tenere in mano”. Matematico. È come se quelle righe, quelle piccole PORTE, vi sverginassero nei confronti di quei dettagli lì: proprio non potranno più essere gli stessi, per voi. Se piove e avete già letto &lt;i&gt;Kamikaze d’Occidente&lt;/i&gt;, non potrete fare a meno di notare che le gocce “colpiscono tutte il centro del bersaglio”. Se siete tra i pochi fortunati che hanno letto &lt;i&gt;Verso Occidente l’impero dirige il suo corso&lt;/i&gt;, non resisterete dal far notare a tutti quanti che le ruote delle automobili, a un certo punto, sembrano ruotare al contrario. Insomma leggi un libro ed è come se buttassi giù un bel bicchiere di vino, no? Senti l’aroma, puoi fermarti a osservare le trame di colore in controluce, lo saggi goccia dopo goccia e te lo fai scivolare sulla lingua avanti e indietro alla ricerca degli ingredienti, ma poi, fatto il ruttino, a distanza di tempo, non vedi che sono solo grumi e aloni ad essere rimasti? È &lt;i&gt;il fondo&lt;/i&gt; cazzarola che sporca il bicchiere. E quelle caccoline svergina-occhi che sono le PORTE potresti tenertele da parte anche in eterno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Ah, un’ultima cosa: il concetto di PORTE, sempre ammesso che io sia riuscito a spiegarmi, è a sua volta una PORTE. Ba-bam.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;4. Chi o cosa è, allora, “MARIO”&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiamo MARIO quel Magnetismo Anti-Realtà e Iper-Obliante che costituisce il 90-forse-80% dell’intrattenimento televisivo, e direi il 60-forse-70% della letteratura (stime del tutto arbitrarie, naturalmente – e qui non discuto neanche; non è &lt;i&gt;quello&lt;/i&gt; il punto comunque). Chiamare MARIO “TV” è come chiamare “crosta” la lebbra – un errore imperdonabile da parte mia. Me ne scuso con gli interessati. Spero che capiranno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MARIO insomma è il più grande raccontatore di barzellette stantie-ma-divertenti che mai vi capiterà di incontrare. MARIO ha un sacco di amici: il dottor Carter e Dawson, Scully e Mulder, Key Scarpetta e Dirk Pitt. Gente alla mano che non puzza di sudore dopo che ha fatto jogging (a meno che non debba dire: “Mi do una rinfrescata e sono subito da te,” allora sì, ma comunque è il sudore di chi ha fatto jogging, non di chi ha corso – l’odore è diverso). Ma MARIO ha un difetto: con le PORTE, MARIO, proprio non ci sa fare – e come potrebbe, del resto? È che il tocco di MARIO ha effetti sterilizzanti, e tutto quello che MARIO vi racconta smette di esistere nel momento in cui lui smette di raccontarvelo. Banalmente: domani mattina, al lavoro con voi, MARIO non potrà venirci. Perché MARIO non è amico vostro – non ne sarebbe capace, tutto sommato; perciò non fategliene una colpa. MARIO, e poi la finisco, è quella cosa che vi si piazza davanti e vi dice: “Ecco fin dove può arrivare il tuo sguardo, oggi.” (Vuoi mettere, invece, le PORTE? Quelle cose che ti si incastrano in testa e ti fanno: “Pss! Qui c’è qualcosa da cui ripartire, se vuoi…”?)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;5. Che cos’è un fenomeno di “lock-in”, e che cosa cavolo c’entra, insomma, con MARIO e le PORTE&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1895 il Times-Herald di Chicago organizzò una corsa di veicoli non trainati da cavalli. Parteciparono sei veicoli, ma di questi soltanto due arrivarono al traguardo. Il primo dei due era un veicolo sperimentale alimentato a benzina. L’anno dopo, il 1896, il signor Ransom Olds brevettò un modello di motore a benzina che negli anni seguenti avrebbe cominciato ad essere prodotto in serie. Poi, nel 1914, la “competizione” tra automobili a benzina e a vapore volse definitivamente a favore delle prime, grazie anche a un’epidemia di afta epizootica, per far fronte alla quale vennero eliminati tutti gli abbeveratoi per cavalli (serbatoi d’acqua perfetti per i motori a vapore). I fratelli Stanley, che producevano appunto il generatore di vapore “Stanley” (oplà), si videro allora costretti a mettere a punto un nuovo sistema, dotato di caldaia e condensatore, che non richiedesse un rifornimento d’acqua ogni pochi chilometri. Non era uno scoglio tecnico insuperabile (e infatti lo superarono): semplicemente non si erano ancora mai posti il problema. E quando dovettero farlo, la benzina era ormai diventata il carburante più diffuso, nonostante al suo esordio fosse stata considerata poco sicura, cara, rumorosa, con un basso rendimento e soprattutto complicata da ottenere. Se quella corsa fosse finita maniera diversa, se l’epidemia di afta si fosse presentata qualche anno prima o qualche anno dopo, o se semplicemente i fratelli Stanley &lt;i&gt;ci avessero pensato prima&lt;/i&gt;, forse – e dico &lt;i&gt;forse&lt;/i&gt; – oggi calpesteremmo un pianeta diverso. Ma è anche vero che io non avrei più un buon esempio di &lt;i&gt;lock-in&lt;/i&gt; sottomano. Altro esempio, sempre sottomano? La tastiera che avete davanti. Se l’è inventata nel 1873 il signor Scholes. Serviva a &lt;i&gt;rallentare&lt;/i&gt; i dattilografi, che se battevano troppo in fretta rischiavano di far incastrare i martelletti delle macchine per scrivere. Ma allora perché continuiamo ad usarla anche oggi, sui computer? Perché i dattilografi si abituarono allo schema Qwerty, e quindi i produttori di macchine per scrivere continuarono a produrre tastiere su quello schema, e quindi i dattilografi continuarono ad abituarcisi, e così via. Una specie di effetto-domino. O, volendo fare i pignoli: “retroazione positiva”. La sostanza, comunque, è: la tecnologia, lo “sviluppo” (ma anche l’evoluzione, l’economia e la Storia più in generale), non funzionano in maniera lineare, e da bravi sistemi complessi quali sono si ristrutturano a partire da piccoli eventi accidentali in su (farfalle, uragani – siamo sempre lì). Va bene, niente di nuovo. Però adesso quello che mi interessa è richiamare qui sul palco il mio caro amico, il concetto di PORTE. Cosa fanno, allora, le PORTE? Io dico che le PORTE – lungi dall’essere “i temi”, o magari “le morali” delle narrazioni – le PORTE possono diventare perfetti catalizzatori di &lt;i&gt;lock-in&lt;/i&gt;. Una PORTE qualsiasi, al di là delle intenzioni di chi l’ha prodotta, può avere effetti incredibili nel momento in cui si deposita &lt;i&gt;al margine del caos&lt;/i&gt; (e qui cito: “quella zona nella quale gli elementi del sistema sono in equilibrio tra l’ordine della configurazione e la turbolenza caotica”). MARIO, purtroppo per lui, questo non può farlo. Perché MARIO non conosce le PORTE. Io dico che le PORTE sono parte di un costrutto umano. Di più: le PORTE – non “la letteratura”, eh: soltanto “le PORTE” – fanno parte di un sistema adattivo complesso (che come ogni sistema adattivo complesso va avanti per tentativi, piglia vicoli ciechi, scatena fenomeni di &lt;i&gt;lock-in&lt;/i&gt; e, secondo me, andrebbe pensato in termini di &lt;i&gt;dinamiche non lineari&lt;/i&gt; [esempio di dinamica non lineare: “l’intero è maggiore delle sue parti”, oppure: “il sistema ha &lt;i&gt;proprietà emergenti&lt;/i&gt;”; meglio ancora: “nessun racconto è un’isola…”]). Io dico che all’aumento del numero complessivo di PORTE, aumenta la possibilità che alcune di esse riconfigurino, nel tempo, l’intero sistema (io dico anche, ma lo dico fra parentesi, che i blog sono ottimi moltiplicatori di PORTE).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco. Se vengono a chiedermelo, io gli dico che a questa roba ci credo sul serio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;6. Dove voglio andare a parare (e dove andremo a finire) &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La letteratura, per mezzo delle PORTE (che della letteratura rappresentano spesso la parte più sottovalutata) e non certo grazie a MARIO, produce verità nella stessa misura in cui l’evoluzione produce alghe perfette.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cioè non lo fa. Proprio no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’esempio per spiegarmi: si prende un’alga, diciamo da 1000 geni. Una cosina semplice semplice – per farla ancora più facile supponiamo che i suoi geni &lt;i&gt;non&lt;/i&gt; siano indipendenti, e che ognuno dei suoi 1000 geni possa presentarsi in non più di 2 varietà. Succede che Mamma Evoluzione, per arrivare all’alga “perfetta” (meglio ancora: a quella col massimo livello di adattamento ambientale), dovrà provare 2¹°°° combinazioni. Che non sono esattamente uno scherzo (la formula che usano i genetisti, in questo caso, è: “neppure se ogni particella elementare nell’universo osservabile fosse un supercomputer macinante numeri a partire dal Big Bang, saremmo vicini alla conclusione di questo calcolo”). Detto questo si fa esplodere l’esempio, aggiungendo che i mammiferi hanno &lt;i&gt;centinaia di migliaia&lt;/i&gt; di geni, e che la maggior parte di essi si presentano in più di due varietà… Resa l’idea? Adesso mettete la lettaratura al posto dell’evoluzione, le PORTE al posto dei geni e la verità al posto dell’alga perfetta. L’esempio è questo. Io dico che la verità è statisticamente improponibile ma logicamente perseguibile. L’ago insomma è piccolo piccolo, e il pagliaio grosso grosso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;7. SAION[ARA] &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora, rispetto a questa teoria, eccovi qua alcuni Spunti Assortiti per Ipotetiche Obiezioni Naturali [con Amichevoli Risposte dell’Autore].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;— Non si capisce perché questa teoria parta da lavoro e TV e vada a finire da tutt’altra parte. [&lt;i&gt;uh, sì: in effetti non si capisce mica.&lt;/i&gt;]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;— Il tuo concetto di PORTE è squallido e al limite del nichilismo: è assurdo ridurre tomi di trecento-e-passa pagine a piccole frasi che, a tuo dire, potrebbero avere effetti imprevedibili. [&lt;i&gt;parole sante: è assurdo. E anche un poco antipatico.&lt;/i&gt;]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;— Non è facile riuscire a credere che uno così sappia che cos’è un &lt;i&gt;lock-in&lt;/i&gt;, né tanto meno che s’intenda di dinamiche non lineari e sistemi complessi. [&lt;i&gt;Infatti non lo so; e no: non me ne intendo. Le parti intelligenti di tutto questo le ho trovate in un libro che si chiama&lt;/i&gt; Complessità&lt;i&gt;, del signor Waldrop. È un libro con più di 600 pagine, perciò trovarle non è stato facile – almeno posso essere contento di questo.&lt;/i&gt;]&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693149882011732?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693149882011732'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693149882011732'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693149882011732' title='la mia teoria bislacca'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693144481736340</id><published>2004-01-23T16:11:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:40:01.310+01:00</updated><title type='text'>le cose che ho elencato ieri notte, mentre tornavo a casa, per non addormentarmi</title><content type='html'>La nebbia è davvero fittissima. Sembra di guidare sul fondo di una vasca piena di sperma. L'espressione &lt;i&gt;abbraccio fecondo&lt;/i&gt; mi fa venire sonno. Cambio di pensiero. La parte alta del vetro è appannata.&lt;br /&gt;Una mosca deve averci camminato sopra perché c'è una striscia di &gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;. Forse non era nemmeno una mosca. Qualcosa comunque ci ha camminato sopra. Qualcosa con le zampe. E resistente a questo freddo, soprattutto. Il freddo mi fa venire sonno. Cambio di pensiero. Fa' l'elenco di tutto quello che hai bevuto stasera. Non vedo la connessione. Cambio di pensiero. Pensi che la mosca sia ancora qua dentro? Magari era una vespa. Sei allergico alle vespe? No, credo alle api. Ma non mi ricordo. Le api non vanno in letargo? Dormire non è una buona idea. Cambio di pensiero. Potresti accendere la radio. Se non fosse già accesa. Gerardina Trovato. Fantastico. Ma il dj di isoradio, quando torna a casa, lo sa che potrebbe essere il responsabile di tre quarti dei colpi di sonno di quella notte? I colpi di sonno non sono tuoi amici. Cambio di pensiero. Era un riccio, quello là? Secondo me era un gatto. Comunque era morto, vero? I ricci sì che ci vanno in letargo. Nascono senza spine, vero? Devo averlo letto da qualche parte. Beh, se no non dev'essere tanto piacevole. Si dice &lt;i&gt;scopa come un riccio&lt;/i&gt;, oppure me lo sono inventato adesso? &lt;i&gt;Arricciato&lt;/i&gt; comunque viene da lì. Ne sono quasi sicuro. A casa magari controllo sull'etimologico. Chissà dov'è che l'ho messo. Forse sotto al letto. Il tuo letto? Pensiero sonnolento. Cambio di pensiero. Cambia. Dammene uno, insomma. &lt;i&gt;Ho sonno&lt;/i&gt; va bene? Dammene un altro. Hai notato che le macchine parcheggiate hanno tutte i vetri appannati? Per me è ghiaccio. Comunque sembrano appannati. Fantastico: ogni macchina due imboscati. Manca solo di vederle dondolare, tutte quante. Una città di pervertiti. E a casa cosa ci vanno a fare? A casa ci sono i figli che dormono. Giusto. Dormono. Dormononono. Brutta idea. Cambio di pensiero. C'è veramente freddo. Questo potrebbe farti venire sonno, lo sai. C'è così freddo che le mia dita hanno smesso di avere un senso. Insisto che non è una buona idea. Cambio di pensiero. Dove l'hai letto che &lt;i&gt;i giovani non fanno distinzioni&lt;/i&gt;? Era che &lt;i&gt;i giovani non fanno distinzioni fra l'arte, il gioco, il consumo e....&lt;/i&gt; E &lt;i&gt;gli oggetti della vita quotidiana&lt;/i&gt;. Che è poi il consumo. Forse. Vabbé, ma chi l'ha detto, insomma? Un tizio. Devo averlo letto. Sì. Sujourner. Sojura. Sujura. Può darsi. Sì, Sujura. Te l'avevo detto. Eh. Non fare sì. Va bene. Starai mica dormendo? NO! Cambio di pensiero. Dove l'hai letto che è bello mordere la vita? E tu te lo ricordi quand'è stato che hai sentito per la prima volta la parola &lt;i&gt;weblog&lt;/i&gt;? No. Era la pubblicità del kukident. E ti ricordi da chi sei andato a chiedere spiegazioni? Boh, no. E a pensarci mi viene sonno. Cambio di pensiero. Quanti giorni è che non aggiorni il tuo? Boh, tanto anche lui mi fa venire sonno. Cambio di pens-- Cambio di pensiero! Componi una poesia. Una poesia. Facciamo... "Pulci". Sì, "Pulci". &lt;i&gt;Ho fatto tutti gli esami del caso // e no: le pulci non le ho. // Però continuo sempre // a grattarmi. // Eh, se mi gratto.&lt;/i&gt; Bravo. Ecco. Però non dormire. No. Cambia pensiero. Ci siamo quasi. Non ho le pulci, vero? Resta sveglio. Ci sono quasi.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693144481736340?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693144481736340'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693144481736340'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693144481736340' title='le cose che ho elencato ieri notte, mentre tornavo a casa, per non addormentarmi'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693139253857951</id><published>2004-01-18T12:36:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:39:09.043+01:00</updated><title type='text'>le invenzioni che mi servono (un appello)</title><content type='html'>Scienziati di tutto il globo!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho una cosa da dirvi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sentite, a parte tutto, a chi interessano le nanotecnologie e la fusione a freddo? O le laparoscopie non invasive e il motore all’idrogeno, la tecnologia UMTS e l’ingegneria biomedica, i buchi neri e il pianeta rosso? No dico sul serio: esattamente, a voi capoccioni, chi ha mai chiesto roba del genere?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ragazzi, date retta alla voce della gente: state buttando via il vostro tempo. Ve lo dico io che cosa ci serve, ora come ora. Ci servono orologi che non si rompono mai (e che anche nell’eventualità disgraziata che lo facciano – che si rompano – che contengano meccanismi in grado di ripararsi da soli, o al limite piccole zampette meccaniche e retrattili, sulle quali possano raggiungere il più vicino riparatore e poi tornarsene indietro [riesco quasi a vederle, le strade invase da tutti questi ragnetti temporiferi che ticchettano avanti e indietro, e i ladri a correre dietro ai rolex, che saranno dotati per l’appunto di algoritmi di fuga e roba del genere]); poi ci servono macchinette-eroga-biglietti in grado di distinguere tra chi sta per perdere la sua unica coincidenza per quel giorno e chi invece è lì davanti allo schermo convinto che l’erogatrice automatica della stazione contenga le risposte a tutti i suoi dubbi esistenziali (“dove vado?” “e da dove vengo?” “sì, ma in fondo chi sono?” “e soprattutto pago in contanti o con la carta?”), cosa per altro non vera, e quindi deludente, e allora perché non inserire nelle erogatrici oltre alla facoltà discernente anche sofisticati meccanismi di gambizzazione ed eliminazione del soggetto indeciso? Potreste sviluppare un progetto appena appena più generico, amici scienziati, e poi rivenderlo sia alle FS che alle videoteche con sportello automatico (non ditemi che non siete stanchi, anche voi, di passare mezz’ore in fila dietro a una coppietta che non ha la più pallida idea di che cosa affittare, e allora ha già scorso l’intero catalogo cinque volte – decantandone gli elementi come l’incantesimo per la vita eterna – ma ancora è indecisa, la coppietta ora immortale, tra Tutti gli amici di Winnie Pooh e La 25esima ora di Spike Lee [inutile specificare quale dei due titoli, in genere, è lo stesso che volete prendere anche voi che state in piedi e tossite fragorosamente ogni cinque secondi e non potete che sperare con tutte le vostre forze che la coppietta si volti a chiedervi un consiglio – “Oh, ma fossi in voi prenderei Winnie Pooh, che domande!” – oppure venga invitata dallo schermo a lasciare il paese al più presto, per favore, visto che gli scagnozzi di Spike Lee sono già stati informati della loro indecisione, e non l’hanno presa bene]). E come non ricordarvi, cari scienziati miei, che quaggiù siamo ancora afflitti dall’annoso problema delle pallottole di cacca dei conigli nani mescolate agli appositi grani di segatura compressa (7 euro al sacco)? Problema che da sempre si traduce in scelta amletica: pescare le pallottole di cacca una per una o buttare via tutta la ghiaia, due volte al giorno (vi ricordo che il costo della suddetta ghiaia, signori scienziati, è 7 euro 7 al sacco)?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardate, scienziati di tutto il mondo, io lo so benissimo che il fiammifero antivento e la stilografica che scrive anche capovolta vi hanno già preso parecchio tempo (per non parlare della pasta che non scuoce, e di quei piccoli mappamondi colorati che se ne stanno sospesi in una specie di campo elettromagnetico e basta sfiorarli che girano in eterno, ad attrito zero ed euro 180 [anche se, se volete un parere, la pasta-che-non-scuoce necessita ancora di qualche revisione – &lt;i&gt;scuoce&lt;/i&gt;, la bastarda, scuoce eccome]), ecco io lo capisco che tutto questo vi ha debilitati nel corpo e nella mente, ma possibile che non siate ancora riusciti a realizzare una marchingegno portatile (io me lo immagino non più grosso di una scatola da scarpe) in grado di svuotare le pozzanghere un secondo prima che le macchine le attraversino? È mai possibile, mi chiedo, &lt;i&gt;nel 2004&lt;/i&gt;, essere ancora perseguitati dalla sciagura ambulante delle ondate anomale sui marciapiedi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ah, mi servono anche clacson che non funzionano quando io sto in cima alla fila e il semaforo diventa verde e la macchina mi si spegne (ma se è troppo difficile andranno benissimo anche clacson che non suonano &lt;i&gt;tout court&lt;/i&gt;; se invece risultasse troppo facile si potrebbe pensare allo sviluppo di modelli più sofisticati, magari contundenti o letali – parlate con quelli delle FS e delle videoteche, loro saranno già a buon punto in questo campo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Detto questo vi saluto,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;un vostro devoto,&lt;br /&gt;giovane e appassionato,&lt;br /&gt;sempre fiducioso,&lt;br /&gt;in attesa che il progresso tecnologico migliori la sua esistenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ps: se per caso incontrate il vostro collega che ha inventato le crocchette di patate a forma di &lt;i&gt;smile&lt;/i&gt;, gli portate tutti i miei più sinceri complimenti? Vi ringrazio.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693139253857951?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693139253857951'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693139253857951'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693139253857951' title='le invenzioni che mi servono (un appello)'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693127943122247</id><published>2004-01-18T12:22:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:37:15.950+01:00</updated><title type='text'>dotta nonché metaforica citazione sulla persempritudine di certe statiche condizioni</title><content type='html'>« Il fatto è che non sono capace. L’ho ripetuto anche troppo. Ma non me ne importa niente, sembra che sia la sola cosa importante della mia vita. Per un caso del destino sono entrato in una stanza nella quale sta iniziando una fantastica festa. Intorno a me ci sono persone che si spostano verso il tavolo, e ogni portata è migliore delle precedenti. Non avevo fame prima di entrare in questa stanza, ma dopo aver sentito l’odore del cibo e vedendo la gente che mangiava è venuta fame anche a me. L’unico problema è che non ti danno niente da mangiare se non lo chiedi. Ma io non conosco la lingua e quindi non posso fare nulla. E quando non si sa fare nulla tutto quello che riesci ad avere sono patate lesse. Così eccomi qua a mangiare patate lesse mentre la festa continua intorno a me, e vorrei tanto conoscere la lingua. »&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[Donald E. Westlake, &lt;i&gt;Addio, Shéhérazade&lt;/i&gt; (un bel libro, per altro, almeno se le patate – dopotutto – non vi fanno così schifo)]&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693127943122247?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693127943122247'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693127943122247'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693127943122247' title='dotta nonché metaforica citazione sulla persempritudine di certe statiche condizioni'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693120769463067</id><published>2004-01-14T11:32:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:36:04.233+01:00</updated><title type='text'>nuove colonie</title><content type='html'>Un tizio – un professore – sale su un treno – un eurostar. Si dirige in prima classe e controlla il numero del suo posto prenotato sul biglietto. Raggiunge la fila giusta e fa per sedersi, ma un altro tizio – dai tratti egiziani – siede al suo posto. Il professore dice all’egiziano di levarsi dal suo posto. L’egiziano si alza indignato e lo squadra. I due litigano un poco. Il professore mostra all’altro il proprio biglietto. L’altro tira fuori il suo biglietto e lo avvicina a quello del professore. I posti prenotati sono gli stessi, su entrambi i biglietti. Il professore inveisce contro le ferrovie. Un controllore li raggiunge. Il professore comincia a inveire contro di lui in particolare. Il controllore afferra entrambi i biglietti e li scruta, piano piano. Solleva la testa e chiede al professore esattamente dov’è, che deve andare. Il professore dice Milano. Il controllore dice che quello è l’eurostar per Reggio Calabria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non fa così ridere perché vi ho tenuto all’oscuro di un dettaglio importante: il tizio, il professore, è un professore di latino. Ancora non vi fa ridere? E se vi dicessi che io, alle superiori, in latino, ho sempre avuto 4…?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A e B sono amici. A e B si danno appuntamento, per un certo pomeriggio a un certo orario. A arriva, cinque minuti in anticipo, siede su una panchina e aspetta B. Dieci minuti dopo A è ancora lì, e di B neanche l’ombra. A guarda l’orologio, sbuffa ed estrae il cellulare. Chiama il numero di B. Una voce gli dice che il cellulare di B non è al momento raggiungibile. A chiude il cellulare e sbuffa. Venti minuti dopo A è ancora lì, ma di B neanche l’ombra. A si alza e fa due passi. Torna alla panchina, dieci minuti dopo, e ancora B non s’è presentato. Passa più o meno un’ora in questo modo. A, con l’aria scocciatissima, estrae di nuovo il cellulare e telefona al numero di casa di B. Gli risponde la segreteria telefonica di B. A lascia un messaggio e se ne va, incazzato nero. Quella sera stessa A riceverà una telefonata di C – amico sia di A che di B – che lo informerà del fatto che quella mattina B ha tentato di suicidarsi; si è gettato dal balcone di casa, dirà C nell’orecchio di A, s’è salvato per miracolo; adesso lo tengono all’ospedale sotto farmaci. A chiuderà la comunicazione con C e ripenserà a quel pomeriggio in attesa di B, e alla telefonata e al messaggio lasciato sulla sua segreteria telefonica. Il messaggio di A diceva che l’unica scusa che avrebbe accettato per quel ritardo era che B fosse morto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un giorno, dopo tanti giorni, muore un blogger. Cioè una persona che teneva un suo blog. Seguono dalle trenta alle quaranta pagine di scenario, su come la blogosfera apprende la cosa – e su come i blogosferici reagiscono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un giorno, dopo pochi giorni, un o una blogger relativamente giovane – diciamo sui 20-25 anni – prende e scappa di casa. Da quel giorno, ma non tutti i giorni, sul blog di quel o quella giovane compaiono i resoconti di quello che sta combinando, di dove lo sta combinando. Gli amici e i lettori di quel o quella giovane vanno sempre più spesso sul suo blog, a leggere di mense dei poveri e notti nelle sale di attesa delle stazioni – di giorni interi in giro per città mai viste, una fame della madonna e uno zainetto addosso – di serate a lavare piatti nelle pizzerie e nei bar per pagarsi il prossimo pasto e il prossimo biglietto – di sporadici pomeriggi in elemosina ai semafori o nelle piazze – di randagi e altri personaggi incontrati per strada – di materassi umidi sotto ai ponti e cartoni arrotolati nei giardini pubblici – di facce stralunate e nasi storti negli internet point quando lui o lei si presenta per aggiornare il suo blog. Qualche amico un poco più vicino a quel o a quella giovane avverte i suoi genitori, che cominciano così a seguire le giornate del figlio o della figlia sparito o sparita, direttamente dal suo blog. Passa un mese e gli accessi giornalieri al blog del o della giovane triplicano. Passano due mesi e il o la giovane avvisa tutti di aver da poco varcato il confine con la Francia, diretto o diretta a Parigi. Passa un’altra settimana e il o la giovane avverte di aver finalmente raggiunto Parigi – dice di non cavarsela poi tanto male col francese. I contatti decuplicano. Qualche settimana dopo, a casa del o della giovane, si fanno vivi i primi inserzionisti: chiedono ai genitori del o della giovane se non hanno per caso modo di contattarlo o contattarla. Vorrebbero sapere se loro figlio o loro figlia sarebbe interessato o interessata a ospitare sul suo blog un loro banner. La madre o il padre del giovane o della giovane alzerà le spalle, farà accomodare i signori e andrà a chiamare suo figlio o sua figlia. Mentre il giovane o la giovane uscirà dalla sua stanza, il padre o la madre gli dirà o le dirà se non si è già divertito o divertita abbastanza, con quella storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tizio, una notte, trova una bicicletta per strada, appoggiata a un lampione. Si guarda attorno e non vede nessuno né più su né più giù, lungo la strada. Si avvicina al lampione e vede che la bicicletta – nera e rossa – non è legata. Si guarda attorno un’altra volta e mette le mani sul manubrio. Sposta la bicicletta dal lampione e sale in sella. Poi pedala fino a casa. La mattina dopo si sveglia, si veste, scende in cantina, cerca un lucchetto, tira fuori la bicicletta e pedala fino al lavoro. La sera esce dalla fabbrica, slega il lucchetto e pedala fino a casa. La mattina dopo si sveglia, si veste, scende in cantina, tira fuori la bicicletta e pedala fino al lavoro. La sera esce dalla fabbrica e pedala fino a casa. La mattina dopo si sveglia, scende in cantina, tira fuori la bicicletta e si rende conto di non essersi ancora vestito. Rimette a posto la bicicletta, sale in casa a vestirsi e poi va al lavoro. La sera esce dalla fabbrica e pedala fino al lampione dove ha trovato la bicicletta. Sotto al lampione c’è un uomo vestito di grigio con le antenne, che fuma. Il tizio tira i freni della bicicletta e poi gli si avvicina. L’uomo vestito di grigio riconosce la bicicletta e dice al tizio che quella è sua. Il tizio dice che gli dispiace. L’uomo vestito di grigio dice che se proprio la vuole allora può vendergliela. Il tizio guarda la bicicletta e poi l’uomo vestito di grigio e gli chiede quanto vuole. L’uomo vestito di grigio gli dice sono un alieno, perciò mi accontento di diecimila lire. Il tizio paga l’alieno che fuma sotto al lampione e poi pedala fino a casa. La mattina dopo il tizio si sveglia, si ricorda di vestirsi, scende in cantina e la bicicletta è sparita. Sulla serratura della cantina ci sono evidenti segni di scasso alieno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una tipa, una mattina, lavandosi i denti intuisce il senso della vita. La cosa le fa un male atroce. La tipa smette di lavarsi i denti. Due mesi dopo nessuno ha più voglia di parlare con lei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tizio o una tizia, cioè un blogger o una blogger, divenuto “famoso” o divenuta “famosa” grazie a una specie di truffa, scoperto l’inganno scappa veramente di casa, più che altro per la vergogna. Riesce ad arrivare da qualche parte, ma solo fingendosi chi non è, e sbagliando treno diverse volte. Si rende conto di aver finito i soldi e di non poterlo raccontare a nessuno perché nessuno gli o le crederebbe. Allora torna a casa dai suoi e si cerca un lavoro. Quasi nessuno legge più il suo blog. Una mattina, lavandosi i denti, capisce che il declino di una persona – se è autentico – non ha risvolti commerciali. Poi fissa un appuntamento con un suo amico, per quel pomeriggio, e si butta dal terrazzo. Non muore. All’ospedale, sotto sedativi, sogna di essere un operaio che ruba una bicicletta a un alieno e poi gliela paga e l’alieno se la riprende comunque. Quando si sveglia, ancora scosso o ancora scossa, torna a casa e ascolta la segreteria telefonica. Il messaggio del suo amico lo inquieta o la inquieta di nuovo. Questa volta riesce ad uccidersi. La comunità dei blogger sospettava che lui fosse o lei fosse un blogger o una blogger un po’ strano o un po’ strana, ma una cosa del genere, comunque, a loro, ancora non gli era mai capitata.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693120769463067?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693120769463067'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693120769463067'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693120769463067' title='nuove colonie'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693106422735739</id><published>2004-01-11T19:30:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:35:13.920+01:00</updated><title type='text'>non perdo un’occasione</title><content type='html'>Un mio amico con la cravatta, che di queste cose ne mastica, mi ha confermato che si potrebbe fare. Certo, non ha saputo dirmi se così riuscirei a mantenermi, ma mi ha assicurato che provarci non è illegale. Così ho finalmente una terza via a disposizione, se i conigli ammaestrati e la lombricocoltura dovessero rivelarsi meno redditizi del previsto. Sarò un colonizzatore di storie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vedete, il colonizzatore di storie altri non è che una specie di mitomane logorroide legalmente assistito: un giorno decide di arricchirsi e così apre un blog – il legame tra le due cose è chiaro soltanto a lui, almeno all’inizio. Quindi, a partire dal giorno dopo, comincia a “postare” (l’appropriarsi di un gergo tecnico è fondamentale per un buon colonizzatore di storie) ogni sorta di stronzata narrativa passata sotto al suo naso. A volte “posta” addirittura in tempo reale – nel senso che se un suo amico gli dice “Oh, non sai mica l’ultima,” lui alza l’indice e si connette al suo blog e abbassa l’indice e poi dice: “Ok, racconta.” Questo perché il bravo colonizzatore di storie non perde tempo a curare la qualità estetica: gli bastano le idee grezze, punta alla quantità, deve soltanto piantare quante più bandierine gli è possibile piantare (su ogni bandierina le sue iniziali, anche questo è fondamentale). Perché, come ogni buon colonizzatore, il colonizzatore di storie si è reso conto di una cosa: il potere non è più nella capacità, ma nel controllo delle risorse. E anche che non serve più a niente essere bravi, basta essere primi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il colonizzatore di storie, quando non sta colonizzando, siede sulla veranda di casa. Scruta il terreno conquistato e tiene un fucile in grembo. Parla poco, non ringhia mai. È soprattutto una persona paziente. Se vede qualcuno gli spara, poi chiede chi va là.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardate, io comincio subito, prima che il mercato s’inflazioni:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lui e lei si frequentano da un po’. Lei fa l’infermiera, lui no. Lui, e qui cominciano i fatti, un pomeriggio va a trovarla in corsia, ché lei gli ha detto un’ora alla quale non c’è mai molto da fare. Si piazzano a metà di un corridoio – lei in divisa bianca, lui in jeans e maglione – a fare due chiacchiere. La situazione è in effetti tranquilla. Ogni tanto passa un dottore o un infermiere. Loro parlottano sempre, del più e del meno. A un certo punto passa un’infermiera di chirurgia, vestita tutta di verde, alta e mora e bella. Lui la segue con gli occhi e la testa mentre li sorpassa, e intanto finisce la frase che ha in bocca. Lei si accorge della cosa ma continua a parlare; soltanto dopo un po’ gli fa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;— Hai visto quella?&lt;br /&gt;— Chi?&lt;br /&gt;— Quella che è appena passata, la mia collega.&lt;br /&gt;— Ma quale?&lt;br /&gt;— Aveva la divisa verde, dài.&lt;br /&gt;— Non mi pare…&lt;br /&gt;— Alta più o meno così…&lt;br /&gt;— No.&lt;br /&gt;— Mora coi capelli lunghi…&lt;br /&gt;— …&lt;br /&gt;— Piuttosto carina…&lt;br /&gt;— Ah, ma sì: quella col tanga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, non fa così ridere perché non sapete ancora il titolo. Il racconto dovrà essere in prima persona, raccontato dal punto di vista di lui, e il titolo sarà: “Non perdo un’occasione”. Mi sa fatica scriverlo (sono un colonizzatore, mica un agricoltore), perciò spero che lo faccia qualcuno di voi. Così poi lo denuncio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;———————————————————————&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Effetti perversi della colonizzazione selvaggia: uno scenario possibile (così come è stato descritto da un mio amico senza cravatta, che studia sociologia, interrogato sull’argomento)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Comincerà tutto in sordina. Le potenzialità della rivoluzione in atto resteranno oscure per diversi mesi, anche agli occhi di chi si ritroverà volente o nolente al centro della configurazione. Qualche voce dubbiosa si alzerà, ma proverrà da zone periferiche al cambiamento, e non sarà sufficientemente coinvolta per poter influire sul paradigma. Gli eventi evolveranno a velocità esponenziale. Quando i prodromi del crollo appariranno evidenti agli occhi di tutti, la curva sarà prossima all’asintoto, e quelle – in verità poche – istituzioni con ancora l’autorità per provocare un’inversione o un rallentamento, semplicemente rimanderanno la decisione troppo a lungo. L’inerzia decisionale dell’intero sistema, per una volta, favorirà lo svilupparsi degli eventi, e l’intera rivoluzione – dalle prime adunanze di coloni fino al collasso completo del mercato di acquisizione dei diritti d’autore come lo conosciamo oggi – non impiegherà più di un paio d’anni a compiersi. L’aspetto veramente paradossale di questa rivoluzione è che sarà l’avidità dei singoli a farne da catalizzatore. Nel momento in cui metà della popolazione si sarà resa conto di potersi arricchire semplicemente piantando bandierine sulle narrazioni, l’altra metà si sarà accorta di non aver più bisogno di spendere denaro per sopperire al proprio bisogno narrativo. Le nuove forme che emergeranno, dal canto loro, saranno per lo più originarie, allo stato embroniale, e – quel che più conta – terribilmente &lt;i&gt;brevi&lt;/i&gt;. Spogliata del suo plusvalore monetario, e infine anche della sua componente oratoria, la narrativa si rivelerà allora per quello che è sempre stata: esperienza più fermentazione. La naturale dipendenza narrativa della specie umana verrà dunque scardinata per la prima volta nella Storia. Inutile dire che il disinteresse generale e individuale per il nuovo tipo di approccio alla realtà che andrà costituendosi continuerà a crescere anche a rivoluzione compiuta. Semplicemente, la gente cercherà altrove una qualche forma di consolazione alla propria, tragica e oramai palese condizione esistenziale. Aumenteranno i suicidi, caleranno le nascite e i matrimoni. Un BigMac continuerà a costare 1 euro e 60.»&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693106422735739?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693106422735739'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693106422735739'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693106422735739' title='non perdo un’occasione'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693099084833428</id><published>2004-01-11T01:29:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:32:27.403+01:00</updated><title type='text'>cartoncino</title><content type='html'>Startene sul divano a suonare una chitarra che hai trovato in un angolo dimenticato da Dio, tu stesso ignorato praticamente da tutti, il più delle volte in vacanza, spesso a una festa, con un plettro artigianale di cartoncino ripiegato – &lt;i&gt;No woman no cry, Tears in Heaven&lt;/i&gt;, le solite cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ti si avvicina uno di quelli che, appunto, ti stavano ignorando e non si dà il tempo di guardare te, ma solo il tuo plettro d’emergenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Che me lo fai vedere?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Glielo passi. Lo apre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“È un biglietto del tram, vero?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Annuisci. Se lo infila in tasca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Grazie, ci serve per il filtrino,” e se ne va.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;———————————————————&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[ps: Le solite esagerazioni narrative. Io la chitarra non la so mica suonare. E del biglietto ce ne siamo presi soltanto una metà. Il resto non serviva.]&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693099084833428?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693099084833428'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693099084833428'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693099084833428' title='cartoncino'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693093153377572</id><published>2004-01-09T15:28:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:31:28.106+01:00</updated><title type='text'>floricoltura, secondo me</title><content type='html'>Inizia quando sei piccolo e senza peli. Te ne stai semiorizzontale sul tappeto della sala a emettere i tuoi gas quando questi arrivano e ti piazzano davanti un sottovaso, verde. Aspettano la tua attenzione e quando ce l’hanno tutta quanta ci appoggiano sopra un vaso di terracotta, marrone chiaro. Poi versano un poco di terriccio. Si alzano in piedi. Ti fanno pat-pat sulla testa. «Aggiungi acqua a piacere. Se riesci mettilo al sole. Buona fortuna.» E se ne vanno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il vaso resta lì. Tu lo guardi. Gli fai due giri attorno e il dubbio ti viene dopo quattro secondi – si saranno ricordati di metterci qualcosa dentro, a tutta questa terra? Ma sei appunto piccolo e senza peli, un impegno vale l’altro e l’acqua e il sole e il tempo certo non ti mancano. Allora tanto vale che.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;X settimane e distingui il verde, due foglie striminzite e uno stelo sfigato. Però comincia a essere una cosa bella a vedersi, te ne rendi conto anche da solo – con tutto che non hai idea di come siano messi i tuoi amichetti: se anche loro tengano un vaso imboscato in casa da qualche parte, se in ogni vaso ci stia per forza un seme, e quanto contino le cure e il puro e semplice culo in quel primo momento lì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il punto è che nessuno ti spiega niente, e la piantina cresce e tu cambi scuola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni tanto passa un parente distratto e ti vede lì a versare acqua nel tuo vaso, sorride benevolo e ti appoggia una mano o l’altra sui capelli. «Ma che bella pianta; vuoi fare il floricoltore da grande?»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gente strana gli adulti. Appoggi l’annaffiatoio e aspetti che se ne vada. Poi guardi la tua piantina e quella cosa del floricoltore ti resta lì, fra capo e collo – il floricoltore: fare il floricoltore: cosa fa un floricoltore: voglio fareilfloricoltore? – anche se l’unica cosa di cui puoi essere sicuro è che tu da solo non c’avresti mai pensato. È stato un adulto a dirtelo, sicuro come il sole. Perché mica dosano, loro: vengono e poggiano quelle loro mani e ponderano e pontificano, così, dagrandefarailfloricoltore, una sciocchezza tra mille altre. Se solo non ti prendesse come un torcicollo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando le foglie ti raggiungono le ginocchia, quando sembra che quell’altezza non debbano più mollarla, ecco allora diventa evidente che non tutti i tuoi amici si divertono a occuparsi di una pianta. Te ne accorgi come ti accorgi che non tutti hanno i capelli scuri; una specie di dato statistico irrilevante. Vai a casa dei tuoi compagni a fare i compiti e vasi non ne vedi mai, oppure ne trovi uno in un angolo con tre rametti secchi, e se ti scappa l’osservazione del tipo «Oh povera pianta,» o magari «Hai provato a darle un po’ più da bere,» ecco che viene fuori il nomignolo. Come se “Ivano-divano, Ivano ti puzza l’ano” non bastasse più. «Ah già, tu sei quello della pianta… &lt;i&gt;il floricoltore&lt;/i&gt;.» Bene. Puoi star sicuro che domattina qualcuno lo tirerà fuori negli spogliatoi. Vedrai che risate. (Prendere voti alti in botanica non aiuta, non aiuta per niente.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altra scuola, altra altezza; ma la tua pianta, a passarle vicino, ti sfiora sempre il menisco – è strano perché dei due avresti giurato di essere tu il più veloce a crescere. Altro cambiamento degno di nota: non sei più tanto solo. C’è quella tua vicina di banco col cactus in soggiorno («È dei tuoi?», le hai chiesto, giusto per tastare il terreno. «No no: è mio. Che ti piace?»), e c’è quel tipo in seconda B con le vaschette di idroponiche sul terrazzo («Il mio hobby, hai presente? Tu cosa fai, invece?»). E questo solo perché non sei bravo a guardarti attorno, perché ne troveresti tanti altri, in tutta la scuola. Ti viene il dubbio se non sia il caso di smetterla di accontentarti sempre di due o tre rapporti per volta. Ma non è esattamente &lt;i&gt;questo&lt;/i&gt; il tuo problema più urgente, al momento. Perché va bene che non sei più da solo (va bene che forse non lo sei mai stato), ma sai – perché lo sai – che in mano tua un cactus morirebbe nel giro di un mese; che le idroponiche del tuo amico se potessero si butterebbero giù dal balcone piuttosto che sottoporsi alle tue torture; che del resto nemmeno i tuoi amici sarebbero capaci di occuparsi del tuo vaso mentre sei in vacanza coi tuoi – forse è una questione di abitudine: tu e la tua piantina, loro e le loro piantine. Forse non è nemmeno così importante, questa cosa delle abitudini. Forse dovresti fermarti un po’ di più su di un’altra cosa: le idroponiche sul balcone, il cactus nel soggiorno, e la tua camera con le pareti lunghe e bianchissime, il letto in un angolo e soltanto un tappetino piazzato lì in mezzo al niente, dove c’è più luce e più aria, con la tua pianta al centro del ricamo. (Al mattino raccogli quelle due o tre foglie cadute mentre dormivi e le metti da una parte – dopo colazione te le infilerai in tasca, con cura – le terrai vicino tutto il santo giorno.) In un parola: sei un &lt;i&gt;fissato&lt;/i&gt;. Una specie di maniaco del cazzo. Ed è meglio che non lo dici a nessuno: persino il ciccione con le patate in giardino capirebbe che sei un disadattato. Oppure no – potrebbe anche farti un sorriso come pochi altri e poi dirti «E allora? Io dormo abbracciato alla zappa, che ti credi». Ma il corollario del tutto è: ti interessa &lt;i&gt;così tanto&lt;/i&gt; cosa fanno gli altri con le loro piante? A un certo punto ti sei abituato a farti comunque i fatti tuoi, quindi perché fingere che sia il contrario quando hai ancora da occuparti di quella questioncina ossessiva in sospeso, da qualche parte sotto al cervelletto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È che questa scuola è infestata dal Fallimento. Non fanno che rievocarlo, in continuazione. La Bestia Immonda della Disoccupazione. Il Cavaliere Nero Che Trasforma I Bocciati In Operai Non-Specializzati. La bidella ignorante perché non ha finito la scuola e lo sanno tutti («Ragazzi, vi prego, non è educato prendere in giro le persone… E lei, signora Gina: si dice “circolare”, non “cingolare”. Comunque grazie di avercela portata, adesso può andare.»). Cominci a chiedertelo anche tu, e davvero: che, cosa, vuoi, fare,? E siccome una risposta precotta è una risposta comoda, il caro, endemico, buon vecchio torcicollo ritorna a farti visita. Ci sono i fiori. C’è il floricoltore. Fareilfloricoltore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ti sei informato. Ti sembra di aver capito. Hai visto coi tuoi occhi i negozi dei fioristi, e sai che i camion dei grossisti arrivano tutti i giorni – casse su casse di fiori freschi – direttamente dai magazzini fuoricittà. Accanto a quei magazzini hai visto le concimaie, gigantesche, due uffici in croce e i silos pieni di merda alti come il cielo. Ti sembra di aver capito una cosa: se hai una pianta devi farla vedere a un concimatore, il quale concimatore valuta se quel genere di pianta fa per lui, dopodiché lui ci dà dentro col suo prodotto sul tuo vaso, e i fiori che spuntano non son più tuoi. Cioè diventano suoi, del concimatore, che a quel punto può rivenderli ai grossisti che li rivendono ai fioristi che li espongono nelle loro vetrine. Poi il flusso di soldi ritorna indietro – fiorista, grossista, concimatore, “te” –, così ti sembra di aver capito. Ti sembra più che semplice, e le foto dei più grandi floricoltori del tuo paese, dalle riviste, ti dicono che è il mestiere più bello del mondo. E insomma tu, sul questionario di fine anno distribuito dalla scuola, ci scrivi che vuoi fare quello. Vuoi fareilfloricoltore. E sai che chi lo troverà divertente non s’immagina neanche quanto sia grossa, e sana, e incredibilmente bella la tua pianta – questo è quello che ti passa per la testa, e questo è il modo in cui lo fa, prendine atto: cose come i fiori di plastica e le rose di serra in sei varianti cromatiche – eventi come le corse per avere i fiori sugli scaffali per la settimana del sanvalentino o il ponte dei morti – e ancora le tonnellate di petali mandati al macero durante il resto dell’anno, ecco roba del genere ancora non ti è stata raccontata. Né ti è concesso immaginarla. Sei piccolo, scemo e ti hanno convinto. Vuoi fareilfloricoltore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aspetti la luce giusta e scatti un mezzo rullino di foto alla tua pianta. Ne fai stampare qualcosa come venti copie e spedisci ogni pacchetto agli indirizzi che hai trovato sull’elenco, sotto la C di “concimi”. Non sai dire perché, ma il primo mese di silenzio non ti stupisce per niente. (Sarà che hai altro da fare.) Il secondo invece ti resta lì appeso al muro, tipo ombra di calendario. Lasci passare il tempo e finisci la scuola e qualcosa non va. Entri nei negozi dei fioristi e passi in rassegna scaffali e mensole – ti chini ad annusare anche quelli ormai appassiti, dentro i vasi ai tuoi piedi – studi i colori e ti immagini le piante che li hanno prodotti. Scorri le etichette dei concimi utilizzati. Ti segni di nascosto quelli che ancora non hai contattato. E ti rendi conto dell’aspetto ottuso di tutta quanta la faccenda – sei quasi sicuro di essere passato da maniaco a pervertito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pianta se ne sbatte e cresce. Scatti altre foto e altre foto ancora. I pochi concimatori che ti rispondono lo fanno per dirti che la tua pianta, a loro, proprio non interessa. Dopo un po’ qualcuno ti dice che la tua pianta promette bene, magari potresti farti risentire fra qualche anno. Giusto uno o due, col tempo, ti rispondono che tu hai decisamente il pollice verde, che la tua è una pianta straordinaria, che grazie a te farà fiori magnifici, ma che il mercato è in crisi e l’inflazione aumentata e ha piovuto sempre sul bagnato e solo i migliori se ne sono andati, perciò se tu potessi garantire per l’acquisto di un po’ dei fiori che la tua pianta produrrà grazie al loro concime, ecco loro copriranno tutti gli altri costi. I tuoi occhi leccano le lettere ma il cervello ti si ferma a “pollice verde”: pensi al fatto che la venuta del Fantasma del Fallimento è alle porte, e allora il resto della lettera ti appare come una specie di clausola minuscola e illeggibile. Scegli la busta che ti chiede meno soldi, ti segni l’indirizzo e ci porti la tua pianta e tutte le puttanate che hai in testa. Una volta là firmi fogli, guardi qualcuno concimare il tuo vaso, cerchi una sedia quando sboccia il primo fiore – sei un fascio di nervi, sei commosso, hai da pisciare – sei un floricoltore. Pensi che la tua vita è sistemata. Devi tornare a casa con uno scatolone pieno di fiori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tempo dopo – parecchio tempo dopo – ti siedi a fare due conti e annoti un subtotale di 50 euro scarsi. Poi sottrai la benzina per andare dai concimatori e disegni in fondo al foglio un totale di 0 euro tondi. T’imprimi ben’in testa quel recinto di inchiostro. Pensi che hai solo vent’anni e ci tieni a puntualizzare che proprio hai quelli &lt;i&gt;e basta&lt;/i&gt;. Il Dio di Chi Non Ci Riesce ti appare allora in una giornata di pioggia, è in bicicletta e ti sta sorpassando: ti punta contro un dito per dirti che avrà la tua anima, e anche che a scuola ti avevano avvertito. Poi si alza sui pedali e scivola via fra le pozzanghere, sbilenco e bagnato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È lì che ti arriva il senso di schifo. Per te e per loro, che dopotutto son riusciti a venderti merda – ma era pur sempre &lt;i&gt;quella&lt;/i&gt; che volevi no? Ti fa schifo solo perché l’hai pagata. Qualcuno, quando glielo dici, ti guarda malissimo e si dice disgustato dell’odore. Tu abbassi le braccia e dici che c’è chi viene pagato per farsi ricoprire di merda e c’è chi paga per esserlo anche lui – dici che si può discutere su chi sia il più furbo, ma la sostanza non cambia mica – dici anche che alla fine, quello che ottieni, è sempre una persona ricoperta di merda. Argomenti che forse è un problema di percezione. Giungi alla conclusione che i fioristi non dovrebbero avere negozi tanto puliti e luminosi e deodorati, perché la floricoltura è un sordido affare (e se non sei già rimasto solo a parlare, chi ancora ti sta a sentire pensa che “sordido” suona ridicolo, in bocca a te; e non perde tempo a spiegarti che sei un idiota solo per pietà).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passa altro tempo ancora e tu impari a odiare la tua camera vuota, il tappetino lì in mezzo al niente, e quelle foglie verdissime che cominci a trovare divertente spezzettare in silenzio. Mediti vendetta. La torturi di minacce. La lasci all’asciutto per giorni e quando ti accorgi che i rametti si sono abbassati le versi un bicchiere pieno d’acqua, di colpo. Poi la guardi a occhi stretti e vai in cucina e ritorni col bicchiere pieno di detersivo. Lo avvicini al vaso. Gliene fai assaggiare giusto una goccia, fai per vuotarlo e poi ti fermi di colpo. Lo sollevi fino alla testa. Ci infili dentro il naso e apri la bocca. Ti immagini il sapore di limone in gola e lei ai tuoi piedi, giorni dopo, agonizzante. E in realtà avresti bisogno di qualcuno – qualcuno che ti facesse anche solo notare che tu, una scena del genere, questa settimana qua, è la quarta volta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Continui così per mesi – giorni nei quali ti convinci che la tua non è mica una pianta da fiori, ti sei sbagliato di peso, alternati ai giorni nei quali ti sembra che se ne facesse mai un altro soltanto, si tratterebbe comunque di un bozzolo sbiadito, qualcosa che un fioraio non darebbe via neanche gratis, figurarsi – sei un incapace e adesso lo sai. In teoria dovresti essere contento. (Potresti cominciare col convincerti che l’hai sempre fatto per la pianta, mica per i fiori. Non sarebbe male.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c’è niente di peggio di un’ossessione, se non, forse, un’ossessione repressa. Peggio di un’ossessione repressa, in effetti, c’è poi solo un’ossessione repressa e quindi assecondata di brutto. Naturalmente, peggio di un’ossessione repressa e quindi assecondata c’è soltanto un’ossessione repressa e quindi assecondata e dunque repressa di nuovo – e così via, l’avrai capito: contrazione e rilassamento: «ma che bambino meraviglioso» e «quand’è che va a letto quel rompiballe»… «ti amo come nessun’altra» e «il nostro rapporto non mi soddisfa più come una volta»… «adoro il tuo timballo » e «se mangio ancora scoppio, lo giuro». Se un motivo c’è, per lo stato in cui finisci quando ti telefonano, il motivo è questo. La telefonata dice che uno che fa il floricoltore da un po’ ha trovato uno dei tuoi fiori, e gli è piaciuto, e l’ha passato a un altro floricoltore, che a sua volta conosce un bel po’ di concimatori ma di quelli tosti, e insomma adesso sono tutti curiosi di vedere la tua pianta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così fai altre foto. Baci le foglie quando ti fermi a cambiare il rullino. Pulisci il vaso per l’occasione e ti presenti all’appuntamento. E all’appuntamento ci sei tu e ci sono i floricoltori e ci sono i concimatori, e tanti altri come te, con le loro piantine sottobraccio, intimoriti come cappelle a meno tre. Esattamente come te.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cosa funziona a turni: salite su un piedistallo e mostrate la vostra pianta e i concimatori si fanno seri seri e guardano, e parlottano tra di loro, e poi tocca a un altro. Quando tocca a te non capisci più niente, e cominci a sognare il bagno in fondo alla sala. Ma la tua pianta fa una bella figura, e il bagno riesci a farlo aspettare. Dopodiché ti raggiungono i due concimatori. Il punto è: questi qui che hai davanti sono i due concimatori più grossi del tuo paese – te l’hanno detto prima, da un’altra parte – e non è esattamente timore, quello che ti suscitano: mentre stringi le loro mani, mentre ti spiegano che razza di cose meravigliose potrebbe fare la tua pianta grazie a loro, tu non puoi che pensare alle tonnellate di letame che queste persone manovrano – ai fiumi di liquame che scorrono a ogni loro cenno – e vedi i fiori sbocciare sulle piante al loro tocco, tanto il potere del fertilizzante gli è entrato in corpo – e ti immagini una nuvola di petali a svolazzare nella loro scia, là dove l’aria tremola per il fetore latente. Ed è confusione, te l’ho detto, mica timore. Tutte queste promesse ti piacciono davvero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sera, dopo il convegno, ti trovi a casa di amici a vedere videocassette e ti senti Clark Kent – sorseggi una coca con aria indifferente e discuti dell’ultimo moroso della ex del tuo amico, quello che ti sta davanti, e intanto con la tua supervista scandagli il palazzo alla ricerca di malviventi crimini misfatti, pieno di te.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma il tuo amico parla e forse sta malissimo e tu vedi la sua bocca aprirsi e chiudersi e intanto riascolti le promesse e i discorsi di quel pomeriggio. Continuate così per un pezzo, lui disperato e tu imbambolato, fino a quando gli altri due non cascano dal divano ridendo, perché il televisore ha appena urlato: «Soldato! Io ti cavo gli occhi e ti fotto il cervello!» È il film che state guardando. I tuoi amici si piegano in due e tu non ridi perché no. Loro ti guardano perplessi e tu spieghi che quello è un momento drammatico del film. Guardi tutti al limite dello schifato, indichi lo schermo e dici che non ci trovi niente di divertente. Attraverso l’ultimo bottone della tua camicia si intravede una maglietta rossa, e un accenno di giallo – forse una lettera maiuscola, si direbbe una S. Ti ricomponi appena in tempo. Dici che adesso al tipo gli fanno fare venti flessioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella notte stessa, dopo esserti dimostrato ontologicamente stronzo davanti ai tuoi amici, farai un sogno terribile: ti sveglierai e la pianta starà lì al suo solito posto, le foglie che si muovono in silenzio. Poi ti alzerai per chiudere la finestra e una foglia ti sfiorerà l’incavo della gamba, e una voce profonda ma non roca chiamerà il tuo nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tu ti guarderai attorno – niente di niente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alzerai le sopracciglia e tornerai a letto, sopra le lenzuola ché fa caldo. Dal cuscino guarderai la pianta e starai lì un bel pezzo, prima di sbuffare e avvicinarti. Ancora una volta ne studierai le foglie, rapito dalla grandezza delle tue cure – dal frutto del tuo tempo con lei, solo con lei, tutto per lei – scuoterai la testa e sussurrerai: «Però cosa aspetti a fare i fiori, stronza?» e la foglia ti sfilerà via da indice e pollice, farà appena su e giù e poi si aprirà, una doppia fila di denti, sotto e sopra l’apertura, e una voce profonda ma non roca a dirti: «Non sono quel genere di pianta». Tu salterai giù dal letto, ma la pianta sarà più veloce: ti prenderà dalla testa e sarai ancora vivo quando ti starà masticando le spalle – le sentirai la bocca tendersi sui tuoi fianchi e ne percepirai le pareti sempre più strette, attorno al tuo corpo. Vedrai quello che lei vedrà, quando si trascinerà con le foglie più robuste, vaso e tutto, fino alla camera dei tuoi genitori, dove si fermerà per sfilare le radici dal vaso ed entrare di soppiatto. Vedrai come lei il letto e tuo padre e tua madre addormentati, poi ti sveglierai urlando, sudato marcio, la pianta sul suo tappeto, la finestra effettivamente aperta e in testa una strana sensazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riprenderai fiato, e penserai che è venuto il momento: domani farai un bel cartello e lo appenderai sul letto – dirà qualcosa come: «Ti strappa gli occhi e ti fotte il cervello». E anche, ma più piccolo: «Non ti ha mica costretto nessuno». Dovrebbe aiutarti ad aspettare.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693093153377572?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693093153377572'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693093153377572'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693093153377572' title='floricoltura, secondo me'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693085920146323</id><published>2004-01-06T05:26:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:30:15.793+01:00</updated><title type='text'>un anno di libreria</title><content type='html'>Mi sono appena ricordato di una cosa. È questa qua: un anno fa mi son svegliato e reso conto che non avevo niente da regalare a una mia amica per la festa della Befana (messa così suona peggio di quel che è, lo so, portate pazienza, ma è una tradizione: lei fa un regalo a me e io, quando non mi dimentico, ne faccio uno a lei) e così ho preso la bicicletta e raggiunto il centro, alla ricerca di una vetrina senza saracinesca abbassata – una vetrina &lt;i&gt;qualsiasi&lt;/i&gt;, intendo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un’ora buona, semicongelato, ne ho trovata una abbassata a metà. Era di una libreria. Davanti c’era appoggiata una bicicletta. Mi son messo a quattro zampe e sono riuscito a strisciare dentro, dove c’erano sì e no tre gradi in più che fuori, e tutte le luci spente meno una, lontanissima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Salve, ho detto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiuso, mi han risposto da dietro una pila di libri e polvere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No senta, è un’emergenza, ho provato a dire schivando due scatoloni ancora chiusi per raggiungere il bancone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’emergenza… &lt;i&gt;qui dentro&lt;/i&gt;? mi ha chiesto un signore magro magro, ma non gobbo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi serve un libro, credo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, così ci siamo già di più, mi ha detto quello. Solo che oggi è festa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma lei è qui dentro…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di passaggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci metto un secondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa vuoi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, sì, cosa volevo? Non lo so, ho detto, sarebbe per una ragazza. Le piace Hornby, ho detto. Ha qualcosa di Hornby?, ho chiesto; poi ho cominciato a guardarmi attorno tra le cataste di carta, senza toccare niente per paura di un crollo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una ragazza?, s’è messo a ridere il signore magro magro senza capelli ma non gobbo. Cioè una befana?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un regalo sì, ho detto io. Dove li tiene i libri di Guanda?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Là in fondo, ha detto lui, indicando un angolo dove tra i libri si apriva una specie di varco lungo un metro e largo meno di mezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io mi sono infilato nella fessura, seguito da un paio di microslavine di tascabili, e ho preso a scavare – giuro, &lt;i&gt;scavare&lt;/i&gt; – fra le copertine ammassate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invece il signore magro magro è uscito da dietro il bancone, ha spento una luce, ne ha accesa un’altra più vicina e poi s’è messo ad aspettarmi davanti alla porta scassata da cui ero entrato, il cappotto addosso. Mi ha guardato girarmi piano piano nella fessura di carta stampata, ha sbuffato quando ho fatto cascare altri due libri e poi ha preso la copia del libro che ero riuscito a pescare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma almeno è bello?, mi ha chiesto girandoselo in mano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non lo so mica, ho detto io. Quella a cui devo regalarlo non l’ha ancora letto. Però voleva farlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mah, ha scosso la testa lui: tanto, dopo Borges…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo Borges cosa?, gli ho chiesto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo Borges non c’è più stato niente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[Ecco: io, il &lt;a href="http://famrivista.clarence.com/archive/040625.html"&gt;Signor Nasi&lt;/a&gt;, l’ho conosciuto così, giusto un anno fa. Mi andava di festeggiare la cosa, e lo faccio così:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;« &lt;i&gt;…Oh, incompetenza! Giammai i miei sogni sanno generare l’agognata tigre. Appare la tigre, questo sì, ma disseccata e fiacca, o con impure variazioni di forma, o di grandezza o piccolezza inammissibili, o fugace, o tendente al cane o all’uccello…&lt;/i&gt; »]&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693085920146323?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693085920146323'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693085920146323'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693085920146323' title='un anno di libreria'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693079856119512</id><published>2004-01-05T10:26:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:29:15.170+01:00</updated><title type='text'>quest’estate, a portocervo</title><content type='html'>Puoi provarci finché vuoi, ma prima o poi ti arriva la soffiata di quel tuo amico che c’ha un gruppo di amici che c’hanno gli zii che c’hanno la casa in Sardegna e allora basta raggiungerli là che il resto è gratis, e quando la parolina gracchio-sibilante ti entra in testa scatta il meccanismo che ti scaraventa in macchina – amico e morosa e bagagli e occhiali da sole ma non la crema – prima ancora che staffa e martelletto si siano fermati, puntati verso un traghetto con biglietti a prenotazione digitale in pieno XXI° secolo-style, e la benedetta casa degli zii-che-non-ci-vanno-mai a venti ore venti di viaggio – autostrada, sosta-sonno in campeggio, traghetto, sosta-cibo in supermercato sardo, superstrada, sosta-informativa in villaggio sardo, mèta: una settimana a sbafo a casa di ragazzi che hai appena conosciuto; saline. Fenicotteri rosa. Poi la proposta: «Va bene che si è dall’altra parte dell’isola, ma prima di tornare a casa perché non fare un salto a Portocervo? Eh?»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E a parte il fatto che non si può tirare di freno a mano in caso di compagnia spudoratamente sbafata, e quindi ogni proposta è buona, si scrive “Porto Cervo” o “Portocervo”? Il dubbio sorge una volta là, com’è naturale, quando la scritta l’hai vista e/o cercata sui cartelli almeno ducento volte, mentre te ne stai seduto su questo muricciolo – non un muro, non un muretto – a dondolare le gambe schiena-al-mare, gente un po’ ovunque e una delle amiche sbafate di cui sopra che ti sbircia e con una risata ti fa: «A-ah! Il vero scrittore che tira fuori e prende appunti, dài!» E tu, i polsi di marmo, apri il volantino del ristorante di fronte con prezzi e menù che ti hanno appena passato, dici «Ma va’ là,» e usi la matita per riempire gli occhi alle O.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando l’amica sbafata fa spallucce e cerca la Marzotto fra i tavolini del bar, tu parti coll’elenco delle cose da ricordarsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;0. a pc ci si arriva in macchina. non si dà altro. nemmeno il parcheggio.&lt;br /&gt;1. “piazzetta delle chiacchiere”&lt;br /&gt;2. ma perché, “p. delle c.”?&lt;br /&gt;3. «Oh, ciao, sono a Piazzetta delle chiacchiere! A Portocervo, esatto…»&lt;br /&gt;4. altra telefonata origliata: «Oh, cciao, stoimmezzo a li fighetti! So’ er zozzone dela sardegnia, seh…» – cioè, insomma, siamo tutti qui a far gli ironnici, giusto? Se’ ridde su ‘sta cosa dell'esser venuti a pc, giusto? ma allora &lt;i&gt;per chi è&lt;/i&gt;, pc?&lt;br /&gt;5. i cani sono tristi, i cartelli stradali di ceramica e i camerieri poco abbronzati.&lt;br /&gt;6. il simbolo del comune di pc: questa specie di mirino/timone/rosa-dei-venti, va bene, ma &lt;i&gt;perché&lt;/i&gt;?&lt;br /&gt;7. “OSTRICHE E CHAMPAGNE” (cartello di legno, caratteri neri sbruciacchiati, scritto finto-a-mano, almeno da vedere da qui).&lt;br /&gt;8. si va al barettino, e in faccia a tutti vedi ‘sto ghigno cazzuto e ironico, soprattutto ironico, che dice-nondice: “ah! ci sono stato, ma te (a-ah!) ci sei cascato”.&lt;br /&gt;9. laggiù nel vicolo cieco in cui sono finito, pieno di scatoloni, direi sotterraneo, dove si affacciano i motori dei condizionatori – uh: “l'altra faccia” di pc! la stavo giusto cercando (ma ironicamente, s’intende). questa sarà autentica, almeno? questi motori di condizionatore e questi scatoloni sono spontanei? o hanno previsto anche il sotterraneo malandato quando hanno deciso pc? (bei pensierini, come no, mi resta il problema per il quale ero sceso laggiù, però – e sciaborda in vescica).&lt;br /&gt;10. soppesata una copia del newyorker più che sgualcita in “sottopiazzetta” – la rubo, non la rubo (alla fine l'abbiamo rubata, con manovra diversiva e coinvolgimento di tre persone – quindi, legalmente, abbiano costituito un’associazione a delinquere, ma l’abbiam fatto ridendo, dài, praticamente uno scherzo).&lt;br /&gt;11. in una vetrina ho visto una giacca da 4 cifre e la prima era un 3. davvero poco ironica.&lt;br /&gt;12. una bottiglia d’acqua a metà, e il barista la raccoglie dal tavolo e va dietro al bancone e la usa per lavare il lavandino (e non significa niente, eh, fanno così dappertutto – è che qui ogni gesto mi lascia in testa un alone diverso).&lt;br /&gt;13. nel cesso di quello stesso, spazioso bar, c'è puzza di merda, macchie di merda, il sapone è finito, la carta umidiccia, il senso di schifo. e la mia morosa che mi fa una piazzata, perché non avrei dovuto fumare quel sigaro, prima, in piazzetta.&lt;br /&gt;14. giuro, ho bisogno urgente di una piazza. non una piazzata, non una piazzetta. una cazzo di &lt;i&gt;piazza&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693079856119512?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693079856119512'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693079856119512'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693079856119512' title='quest’estate, a portocervo'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693070678307028</id><published>2004-01-05T08:24:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:27:43.390+01:00</updated><title type='text'>guardando tutti questi taglietti</title><content type='html'>Chi ha inventato i rasoi non s’era mai fatto la barba.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693070678307028?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693070678307028'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693070678307028'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693070678307028' title='guardando tutti questi taglietti'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693062445969067</id><published>2004-01-04T12:23:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:28:24.246+01:00</updated><title type='text'>io in foto</title><content type='html'>Il &lt;a href="http://www.lapizia.net/mondoblog/gallery.html"&gt;mio piede&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Io &lt;a href="http://kimota.clarence.com/archive/049130.html"&gt;senza testa&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Io a &lt;a href="http://famrivista.clarence.com/archive/016865.html"&gt;cinque anni&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Una mia &lt;a href="http://www1.odn.ne.jp/~cer30750/mainfile/family/pages/fam09_jpg.htm"&gt;foto giapponese&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693062445969067?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693062445969067'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693062445969067'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2004_01_01_archive.html#107693062445969067' title='io in foto'/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6482432.post-107693057233649911</id><published>2003-12-27T03:21:00.000+01:00</published><updated>2004-02-16T12:25:28.966+01:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Un inizio è un inizio.&lt;br /&gt;O-oh.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6482432-107693057233649911?l=ivanob.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693057233649911'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6482432/posts/default/107693057233649911'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivanob.blogspot.com/2003_12_01_archive.html#107693057233649911' title=''/><author><name>ivano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13424856873251676092</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry></feed>
